il ricordo/ Mirella Freni. L’antidiva “prussiana” Quel debutto con Karajan dopo aver lavato i piatti

Grande professionista troppo ironica e intelligente per diventare il monumento di se stessa Nel 1979, prima dell’Aida a Salisburgo, cucinò gli spaghetti per gli amici arrivati da Modena

MODENA. Adesso che non c’è più, questo aneddoto posso raccontarlo, anche perché viene da una fonte degna di fede. Siamo nel ’79, Mirella Freni debutta «Aida» a Salisburgo con Herbert von Karajan. Anche chi non ha mai messo piede in un teatro d’opera può immaginare cosa significhi per chi l’opera la fa debuttare un titolo del genere, con il direttore più celebre del mondo e nel teatro più prestigioso del mondo. Quel giorno, partì da Modena una macchina di amici, che in tarda mattinata andò a salutare Mirella nel solito residence dove vivono questi zingari della voce. Verso l’ora di pranzo, fecero per andarsene. E lei: «Ma no, vi faccio due spaghetti». Mangiarono, poi Mirella sparì. Tornò dopo un po’, sfilandosi i guanti di gomma: «E adesso accompagnatemi in teatro». Andava a debuttare «Aida» con Karajan dopo aver lavato i piatti.

Ecco, Mirella Freni era così. Sul lavoro, non scherzava. Ne sanno qualcosa i suoi allievi, che a volta spaventava per eccesso di rigore. Era una prussiana con l’accento modenese.


La nostra bonomia sorridente nascondeva una professionista tostissima e una donna determinata fin da quando, bambina, diceva a chiunque la stesse a sentire: «Io da grande farò la cantante d'opera». Altro aneddoto, questa volta personale. Nel 2015 la Scala la celebrò con una serata di ascolti e interviste, poi replicata anche al nostro Comunale. Toccò a Elvio Giudici e al soprascritto spiegare perché era una grandissima, cosa peraltro inutile perché bastava far sentire i suoi dischi. Eravamo nel palchetto del sovrintendente con lei, aspettando di salire sul sacro palcoscenico della Scala. Gli altoparlanti sparavano il suo «Tu che le vanità», del «Don Carlo», «è quello diretto da Abbado, non quello di Karajan», come specificò dopo pochi secondi. E poi, ascoltandosi: «Ecco, senti, qui rubavo un fiato, qui passavo di registro, qui preparavo l’acuto». Come se l’avesse cantato il giorno prima, ed erano passati quarant’anni.

Però la grande professionista non diventò mai la diva. Troppo ironica, e troppo intelligente, per diventare il monumento di sé stessa. In realtà, la primadonna della Scala e del Met, la regina di Vienna e di Londra, era sempre rimasta una ragazzina allegra e concreta, con quel sorriso solare che è passato alla figlia e ai due amatissimi nipoti e gli occhioni azzurri che ancora sgranava quando qualcuno esagerava con i complimenti, quasi incredula di essere «la» Freni, lì, all’appuntamento con la storia nei più gloriosi teatri del mondo. Come dopo il leggendario «Otello» Kleiber-Zeffirelli, inaugurazione della Scala del ‘76 e prima opera trasmessa in diretta tivù. Alla fine, dopo le ovazioni e i fiori, si presentò in camerino una celeberrima sciura milanese con tutta una pantomima di «Mirella... Mirella... Mirella...», come se l’emozione le impedisse di dire di più. E lei: «Beh, ma dimmi bene: ti è piaciuto o no?».

Davvero, Mirella Freni ha rappresentato al meglio il nostro meglio. Era una donna solida, concreta, con la passione per il suo lavoro, la voglia e la capacità di farlo al massimo livello possibile. Senza “tirarsela” tanto, senza perdere il senso dell’umorismo, dell’ironia e dell’autoironia. Quando le facevi i complimenti per l’ennesimo trionfo, le facevi piacere, certo: ma sapeva benissimo cosa aveva funzionato e cosa no, cosa andava già bene e cosa doveva essere migliorato. In realtà, alla lotteria della vita non aveva vinto una voce eccezionale né per timbro né per volume. Se l’era costruita con uno studio matto e disperatissimo, per forza di volontà, disciplina, rigore. «La perfezione della normalità», diceva di lei un vociologo ottimo massimo come Rodolfo Celletti.

Non era un’intellettuale, ma aveva capito che era tramontato il tempo dei divi, che se il cantante rimane indispensabile per fare l’opera, l’opera non può essere più soltanto il contorno del cantante. E allora si metteva in gioco, accettava le sfide dei grandi direttori e dei grandi registi, rivoluzionava l’interpretazione, anzi forse l’idea stessa di certi personaggi mettendosi al servizio di progetti geniali e liberatorii. Basti pensare alle sue due “Madama Butterfly” in disco, un’opera che non ha mai cantato in teatro. L’incisione con Karajan è diversissima e per certi aspetti antitetica a quella di Sinopoli: ma in entrambi i casi, al centro c’è lei, strumento e insieme stimolo per due musicisti sommi.

Era talmente appassionata che anche dopo decenni dal fattaccio non parlava volentieri dell’unico fiasco della sua carriera, altrimenti immacolata. La famigerata “Traviata” alla Scala nel ’64, con i vedovi Callas scatenati, Karajan strattonato in via Filodrammatici e Zeffirelli coperto di sputi, lei massacrata per settimane con lettere anonime finché non sporcò un re bemolle e poi, per la prima e ultima volta nella sua vita, perse la testa uscendo al proscenio con le mani sui fianchi in atto di sfida, era un argomento tabù, e se glielo chiedevi rispondeva ma si accigliava.

Anche quando si ritirò lo fece da antidiva, senza fanfare né cerimonie, anzi senza nemmeno annunciarlo. Certi aficionados, e ne aveva moltissimi, che non rinunciavano a una recita perché non volevano perdersi l’ultima, rimasero delusi. Non fece celebrazioni o sere d’addio, come certe colleghe che hanno continuato a ritirarsi per anni: semplicemente, smise di cantare e non tornò più sulla sua decisione.

Aveva tutte le qualità della nostra gente: l’amore per il lavoro e per il lavoro fatto bene, ma senza prendersi troppo sul serio, restando con i piedi per terra e possibilmente non troppo lontano dalla terra di piazza Grande. Come mi disse una volta, «sei a casa quando dal finestrino dell’aereo o del treno o della macchina vedi la Ghirlandina». Mezzo secolo di teatro, le serate memorabili ovunque nel mondo: ma alla fine tornava sempre a Modena. E anche quando doveva festeggiare un anniversario importante, lo veniva a fare al Comunale che adesso porta il nome del suo fratello di latte Luciano e, spero, presto gli affiancherà anche il suo. A casa stava benissimo, si rilassava, si godeva la vita di tutti i giorni, la vicinanza di Nicola, i nipotini che la chiamavano “Ciaccia”. La primadonna di Karajan o di Kleiber andava a fare la spesa come una rezdora qualsiasi.

La gratitudine è enorme. Per la grandezza artistica, certo, le emozioni che ci ha dato, la grande arte offerta come se fosse la cosa più semplice del mondo, e invece sappiamo quanto studio e passione e disciplina c’era dietro. Ma anche per questa persona forte e allegra, operosa e serena, per la gioia che ha distribuito e l’affetto che, spero, le abbiamo ridato. Adesso verrà ricordata come “una di noi”. Ma è sbagliato. Mirella Freni non è stata “una di noi”. E' stata la migliore di tutti noi. —