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Modena, Tizian: «Otto anni vissuti sotto scorta e dicono la mafia non c’entra»

La sentenza di appello sulle minacce al giornalista: «Gli sparo in bocca» Per i giudici non furono ’ndranghetiste. Il giornalista: «Ma l’Emilia non è immune»

GIOVANNI TIZIAN

Per i giudici della corte d’Appello di Bologna Nicola Femia non è mafioso. Il tizio, perciò, che si è autoaccusato(ci sono i verbali!) di aver ucciso un uomo quando aveva 15 anni, di essere “uomo” del padrino di ’ndrangheta Vincenzo Mazzaferro(tra i più importanti nel panorama criminale), di essere inserito in un sistema di relazioni con altri boss, non è il capo di un’associazione mafiosa, ma di un’associazione semplice che, però, usa il metodo mafioso. Difficile da tradurre e renderlo comprensibile ai non addetti ai lavori. Ma tant’è per i giudici di secondo grado che a ottobre scorso hanno ridotto le condanne per il gruppo di Femia e ridotto il tutto a una banda di malavitosi comuni specializzati nel business del gioco d’azzardo legale: le slot machine e il poker online, per intenderci.


La settimana scorsa sono state rese note le motivazioni dell’Appello. In sintesi, i giudici di Bologna, sostengono che non è sufficiente essere inserito in un network di amicizie e complicità con pezzi da novanta della ’ndrangheta perché un gruppo criminale possa definirsi mafioso. Ma c’è di più.

La Corte e le minacce

La Corte d’appello sulle minacce rivolte a chi vi scrive, per le quali da otto anni vive sotto scorta, sottolinea che «La dichiarazione intimidatoria (“Gli sparo in bocca” ndr) che mai aveva raggiunto la vittima, non era stata seguita da altre forme di intimidazione».

E per fortuna, mi vien da dire. Altrimenti non sarei qui a scrivere questo articolo per i lettori della Gazzetta.

Lettori che in questi anni hanno apprezzato il quotidiano modenese per l’attenzione dedicata al fenomeno mafioso in tutte le sue sfumature e declinazioni. Nelle motivazioni, poi, i giudici scrivono un’inesattezza: avrei saputo delle minacce solo il 23 gennaio 2013, il giorno in cui sono stati arrestati Femia&Co. Si sbagliano. Del resto non lo dico io, ma gli atti del processo di primo grado, dove sono stato chiamato a testimoniare in un clima a dir poco ostile, con Nicola Femia che qualche udienza prima aveva dichiarato «Se Femia sbaglia è giusto che paghi, ma se Tizian sbaglia è giusto che paghi anche lui».

In quella testimonianza ho spiegato come andarono i fatti. Vengo a conoscenza delle minacce a dicembre 2011. La polizia mi convoca per comunicarmi che la procura e la prefettura avevano deciso d’urgenza di inserirmi nel sistema di protezione perché c’erano segnali(intercettazioni telefoniche) di forte pericolo. Per chi vi scrive, dopo quasi nove anni, sono ormai dettagli. Resta solo l’amaro in bocca di questo tempo vissuto a metà. A libertà limitata, con l’angoscia per chi ti sta a fianco.

Intatta, invece, è la passione per il mestiere di cronista, che mi ha portato a scoprire altri intrecci e altre isole di malaffare. La curiosità non muore con una sentenza. È viva più di prima. In ogni caso, convinti che l’organizzazione di Femia sia espressione della criminalità organizzata, faremo ricorso in Cassazione.

OTTO ANNI BRUCIATI

Non per vendetta, solo per giustizia e per verità. Perché intanto questi 8 anni nessuno potrà mai restituirli né a me né alla mia famiglia. Non sarà un giudice a Bologna a farci dire che la ‘ndrangheta in Emilia non è radicata. Non intendiamo partecipare alla gara di salto all’indietro. Non accettiamo la rassicurante formula di quelli che “state sereni, abbiamo gli anticorpi”. La ‘ndrangheta non è soltanto una questione calabrese, oggi è soprattutto settentrionale. E se questa non diventerà verità giudiziaria, esiste un’altra verità, che ha che fare con la storia, con i fatti, con i curriculum personali dei protagonisti del crimine. Due esempi: negli ultimi tre mesi abbiamo letto del governatore della Valle d’Aosta sotto inchiesta voto di scambio con la ’ndrangheta e dell’assessore regionale piemontese arrestato per il medesimo reato.

Non vorrei tornassimo agli anni prima del 2010. Quando era prassi per i giudici sorvolare sul 416 bis, il reato di associazione mafiosa. La loro tesi, in sintesi, suonava più o meno così: noi ci occupiamo dei singoli criminali, non dell’organizzazione nel suo complesso, perché la mafia è una roba meridionale, che qui non attecchirà mai. Una tesi con dei tratti anche molto razzisti, verrebbe da dire: la ’ndrangheta è solo cosa di Calabria, la camorra è questione da napoletani.

L’emilia perBenista

E così per molto tempo abbiamo raccontato di boss dei Casalesi o della ‘ndrangheta che nelle loro terre di origine erano accusati di associazione mafiosa, mentre in Emilia venivano processati per reati comuni il più delle volte senza neppure l’aggravante dell’articolo 7 (l’utilizzo del metodo mafioso). Eppure si trattava di personaggi di altissimo profilo, emissari dei padrini più influenti della camorra e della ‘ndrangheta. Il principio alla base di questa visione ristretta era che in Emilia non essendoci controllo militare del territorio, non poteva radicarsi la mafia. Estorsioni, intimidazioni, denari sporchi, non erano sufficienti a far cambiare idea alla magistratura. L’Emilia doveva restare immune dal fenomeno, una questione di immagine. —