Sassuolo. Il compagno muore in moto Scatta l’estorsione dei fratelli

Il racconto della vittima: «Volevano mia figlia per incassare l’assicurazione» Un teste non si presenta: «Ho paura». Sarà scortato e coperto da paravento

SASSUOLO Era il 15 marzo 2014 e Giovanni Giuseppe Mastrosimone perdeva la vita in moto, travolto da un’auto. Nell’appartamento Acer di via Respighi, ad attenderlo, c’era la compagna Anna Edyta con la figlia di neppure due anni. Ma tra chi gli voleva bene c’erano anche i fratelli Saverio e Federico oltre al cugino Rocco Ambrisi.

Da queste premesse è partita l’udienza di ieri al processo “Intoccabili”, che è andato ad esplorare le accuse di usura. Perché la morte di Mastrosimone ha aperto una accesa discussione fin dai primi momenti del lutto. «I suoi fratelli mi dissero subito che non mi spettava niente degli averi del mio compagno - racconta Anna Edyta, unica parte civile al processo - Mi dissero che tutto quello che era di Giuseppe me lo avrebbero tolto e arrivarono a minacciarmi con una frase sibillina “che mi avrebbe ammazzato o che mi sarei ammazzata da sola” per insinuare un finto suicidio».

La vittima, mentre svela di aver incassato insieme alla figlia 500mila euro come risarcimento per l’incidente mortale, racconta anche di un’assicurazione da 50mila euro sulla vita del compagno. «Hanno provato a togliermi mia figlia che è la destinataria di quei soldi - racconta - Hanno fatto un esposto ai servizi sociali accusandomi di non curarla, ma le assistenti certificarono il contrario; e mi sparirono due auto perché qualcuno voleva lasciarmi a piedi per non farmi lavorare».

La storia delle vetture viene analizzata a lungo in aula: una Fiat Punto viene rubata nel reggiano, una Opel Tigra addirittura rimorchiata davanti a casa e trovata il giorno successivo incidentata nel reggiano in uno schianto da subito considerato anomalo. «Alcuni testimoni mi dissero che c’era Ambrisi quel giorno con il carroattezzi».

Le difese dei Mastrosimone e di Ambrisi invece cercano di dimostrare come l’attenzione dei cugini fosse rivolta alla figlia solo per amore, al fine di garantirle un futuro dignitoso e attento a fronte delle difficoltà economiche della donna.

Ma ogni udienza si mostra sempre molto tesa: un imprenditore di Cavriago, convocato come teste, diserta per la seconda volta parlando di problemi di salute e invia un messaggio: «Teme di venire - dirà il pm Marco Niccolini informato dalla polizia - finché c’è un imputato in aula».

Il giudice Gin Tibaldi ne dispone perciò l’accompagnamento coatto, a cura dei carabinieri che lo scorteranno in tribunale, lo affiancheranno nell’aula testimoni e poi lo porteranno davanti ai giudici dove parlerà coperto da un paravento per evitare di incrociare lo sguardo con i due imputati più famosi, Ambrisi e Adamo Bonini.

Ai due la Finanza di Modena ieri ha confiscato il patrimonio mobiliare e immobiliare, del valore stimato in circa 4,2 milioni di euro, come disposto dalla Corte di Cassazione al termine del procedimento avviato nell’estate 2017. Si tratta di 31 fabbricati a Sassuolo, Casalgrande, Castellarano e Nardò, un’auto di lusso e vari conti bancari, titoli e quote societarie. —

F.D.