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Modena, Rita dall’incidente fino alla World Cup di paratriathlon

La donna è in sedia a rotelle per una rovinosa caduta in Vespa, Dopo Montecatone è diventata un’atleta di caratura internazionale  

MODENA. «So che devo fare un miracolo. Ma ci riesco». Ne siamo certi. Rita è inarrestabile. Rita non cammina. Corre. Rita è Rita. Minuta, pare tascabile. E davvero vorresti sempre portartela in tasca. Ovunque, a mo’ di copertina di Linus. Basta starle accanto per pochi minuti e tutto diventa possibile.

Rita Cuccuru, la campionessa di paratriathlon vuole Tokyo 2020



«A giugno mi diranno se parteciperò ai giochi paralimpici di Tokyo in calendario dal 25 agosto al 6 settembre. Ora sono in partenza per l’Australia. Poi sarà la volta di Abu Dhabi, Florida, Canada, Bermuda… nove World Cup di Paratriathlon. Nove competizioni che mi separano dal Giappone. In classifica al momento sono decima al mondo. Dunque me la gioco sino all’ultimo, con le unghie e con i denti».

E ancora. «La mia “bestia nera”? Un’atleta francese. Rispetto alle mie rivali io convivo con una disabilità ancora maggiore, ho infatti subito una lesione molto alta. Il che significa che non posso contare sugli addominali».



C’è dunque una francese di troppo tra Rita e il suo miracolo, come racconta. «Non le lascerò scampo», chiosa lei con quel suo sorriso aperto che di per sé ha già del miracoloso. Maggiore di tre figli – xmio fratello si chiama Leonardo, la mia sorellina Giovanna» - Rita Cuccuru cresce a Uru, paese in provincia di Sassari, con la stoffa dell’outsider. Tanto da rivelarsi una promessa del calcio femminile.

In principio giocavo al pallone con i maschi. E mi dilettavo in un sacco di corse campestri. Sempre seguita da mio padre in veste di allenatore».

Succede martedì 19 aprile 1994. Un martedì – «lo ricordo come fosse ieri» – in cui tutto cambia. Rita ha sedici anni e un immenso dolore inciso nell’anima.

«Tre mesi prima mamma era morta per un tumore. Il 19 aprile feci un incidente con il vespino. Il mio primo pensiero è stato per papà. Avevo distrutto la vespa e temevo che si sarebbe infuriato. Prima di entrare in sala operatoria qualcuno dell’ospedale mi disse: saluta i tuoi familiari potresti non rivederli più. Non è detto che tu sopravviva».

Rita da quella sala operatoria esce viva. Viva e ancora inconsapevole del danno subito. Scoprirà di aver perso l’uso delle gambe dopo diverse settimane.

«Venni trasferita all’Istituto di riabilitazione di Montecatone. Continuavo a piangere, non volevo stare sola, cercavo mia madre. Determinante fu l’incontro con Renata, la mia fisioterapista. Mi motivò moltissimo. La conquista più bella? Imparare a farmi la doccia da sola. Crollare e rinascere è stato tutt’uno».

Rita ritorna in Sardegna, si diploma in ragioneria – «mio padre lottò come un leone affinché un pulmino attrezzato mi portasse a scuola ogni mattina» – e grazie a papà Sebastiano inizia a giocare a basket. Con la sedia a rotelle.



«Mio padre scovò una squadra di Sassari. Mi venne facile. Per tre anni giocai ad un buon livello. Girammo il mondo».

Ma, per quanto innamorata della sua isola, in Sardegna Rita inizia a sentirsi stretta. «Io ho sempre guardato avanti, il futuro non mi spaventa. Anzi, lo bramo. E per me in Sardegna non c’era futuro. Decisi di contattare Paola, una ragazza di Maranello conosciuta durante la riabilitazione. Lei mi invitò a casa sua.

Come la prese papà? Bene. Mio padre ha capito e mi ha incoraggiata. È stato immigrato in Germania – dove per altro io sono nata - per una vita. Sa che cosa significa lasciare la propria terra. Pà – gli dissi - io vado a vivere in continente. E lui: brava, brava, brava. Questa tua decisione mi piace. Ma in qualsiasi momento potrai tornare a casa. Sì, sono molto riconoscente a mio padre. Insieme a Giovanna, che peraltro oggi abita con me a Maranello, mi ha aiutato molto».

Una settimana più tardi Rita è già al lavoro come centralinista in un’azienda ceramica – «sono lì da vent’anni» - e suona la tromba nella banda di Solignano.

«Fu in quel periodo che scoprii l’hand bike. Un’illuminazione! Ne volli acquistare subito una in alluminio. Mi costò ben 15mila euro ma ne valse la pena».

Ecco dunque che la piccola guerriera inarrestabile inizia il suo percorso nel paraciclismo. Trovandosi in nazionale in un battito di ciglia. Accanto ad Alex Zanardi.

«Alex è una persona eccezionale. È davvero il numero uno. Sempre disposto a darti una mano vanta una grande testa, un cuore altrettanto enorme e un coraggio pazzesco. Passare un pomeriggio con lui ti aiuta a diventare migliore. Non solo come atleta».

Oggi Rita si è messa in gioco per l’ennesima volta. Nel paratriathlon: nuoto, bici, corsa. «Non sapevo nuotare, ho imparato quattro, forse cinque anni fa. Mi alleno tutti giorni per almeno tre ore. No, non puoi permetterti di sentirti stanca».

Così come non puoi permetterti di mollare l’osso neppure per un istante. Neppure quando ti rubano tutta l’attrezzatura. Quella stessa attrezzatura non certo a buon mercato che ti è costata molta fatica. E che nessuno ti rimborsa in caso di furto.

«È accaduto un paio di anni or sono in un parcheggio vicino a Vignola. Ho chiuso l’auto e sono andata ad allenarmi. Al mio ritorno ho trovato i finestrini in frantumi e la macchina vuota. Ho chiesto in giro ma…totale omertà. Due tizi mi hanno “consigliato” di levare le tende senza fare domande. Che alternativa avevo? Ho pulito il sedile dai vetri e…». E Rita è andata avanti. —