Modena/ Le storie. «Papà ha 86 anni ma mi videochiama» Se il virus impone anche l’amore smart

Come l’epidemia sta trasformando i rapporti tra chi si vuole bene Paola legge poesie a zia Rosanna. Francesca fa progetti con Stefano 

LE storie

Arianna De Micheli


«Paoletta, fai una bella carezzina al bobi». Il “bobi” scodinzola più volte al giorno all’indirizzo di Rosanna. Nessuna videochiamata tra Paola e zia Rosanna - «non vuole abbandonare il suo cellulare antidiluviano» - solo una foto di fine anni Settanta che le ritrae insieme. «Lei ha sempre detestato farsi fotografare. Ci sentiamo almeno tre volte volte al giorno. Decidiamo insieme il menù di pranzo e cena e, prima di coricarsi, zia mi racconta il lento evolversi della sua soap preferita. Io le auguro la buona notte con una mia poesia. Sono orfana da tempo, lei è la mia mamma». Una mamma over ottanta che vive a Milano. «Di solito vado a trovarla. Anzi, andavo a trovarla una volta alla settimana. Ma adesso...». Adesso Paola è bloccata a Modena. E nella mente di Rosanna è come se si trovasse in Nuova Zelanda. Potere di Covid-19. Che separa gli amanti, i nonni dai nipoti, i figli dai genitori. Per poi magari relegare in spazi ristretti chi alla convivenza gomito a gomito h24 ha perso l’abitudine.

«Io e le mie due figlie, universitaria l’una, studentessa delle superiori l’altra, abitiamo nell’ombelico del Coronavirus. A dieci minuti da Castiglione d’Adda – racconta Giorgia, insegnante della scuola primaria - In principio è stata dura, ci siamo pestate più volte i piedi a vicenda. Oggi abbiamo raggiunto un equilibrio. Al contrario della sorella che ama dormire a lungo, la più piccola si alza prestissimo per seguire le lezioni online. Io una volta alla settimana lavoro come volontaria al canile e ogni due o tre giorni vado al supermercato. Ieri, di comune accordo, ci siamo concesse qualche ora di sole sul balcone».

La (in)giusta distanza dell’amore al tempo del coronavirus. Ovvero la storia di Giorgia. Che se da un lato ha dovuto rinegoziare il quieto vivere con le proprie figlie, dall’altro non può che reagire ad una dolorosa distanza. «Diego, il mio compagno, vive e lavora a Modena. Non lo abbraccio da oltre un mese. Vorrei salire ancora una volta sul treno e... so che non è possibile. Tante telefonate, tante videochiamate e un continuo sostegno reciproco. Così creiamo una parvenza di quotidiano. Per quanto mi riguarda, vado per obiettivi. Non riuscirò a vederlo a metà marzo per il suo compleanno? Vorrà dire che ci regaleremo il nostro incontro per il mio compleanno. Il 22 maggio».

È grazie allo stesso Diego se siamo arrivati a Giorgia. «Penso che la lontananza, ancor prima che un’imposizione, rappresenti un gesto d’amore nei confronti di chi si ama. Nel caso in cui la contagiassi, farei fatica a perdonarmelo». Voce provata, metà cuore in mano. L’altra metà in Lombardia. Ecco Diego qualche ora prima della nostra conversazione telefonica con la “sua” Giò. «Lei è più brava di me. Sempre molto attenta, sa come coinvolgermi nel suo quotidiano. Inoltre per carattere è un’ottimista».

Non esiste una formula per tutelare l’amore vissuto in remoto. La tecnologia può però aiutare. Ne è persuaso anche Alessandro De Rosa, psicologo e psicoterapeuta con studio a Modena. Che subito mette l’accento sulla solitudine forzata portata a corredo da Covid. «Penso soprattutto alle persone anziane. Oggi più che in qualsiasi altro momento storico devono fare i conti con la solitudine. Come possiamo stare loro accanto anche a chilometri di distanza? Chiamando spesso. Senza avere fretta di concludere la telefonata. Vantiamo gli strumenti per rendere nonni e genitori partecipi della nostra vita. Usiamoli. Evitando però di parlare in continuazione dell’emergenza coronavirus».

E per quanto riguarda le coppie a distanza? «L’incertezza ci rende vulnerabili. Siamo reduci da repentini cambi di rotta. Ritengo sia plausibile che nelle prossime settimane riusciremo a beneficiare di una maggiore stabilità. Il che ci aiuterà a prendere le misure con questa realtà imprevista e sconcertante. Riconoscere, mostrarsi consapevoli dello stato d’animo attuale è importante. Ma altrettanto importante è continuare a progettare insieme il futuro, coltivare i propri interessi. Magari portando a buon fine quanto abbiamo sino ad ora rimandato. A conti fatti, tutto ciò si rivelerà un’occasione per restituire il giusto valore a quanto la maggior di noi ha sempre dato per scontato: la libertà».

Privati della libertà di stare insieme sono anche Francesca e Stefano (nella foto a sinistra). Lei a Modena, lui a Bologna. Convivono da diversi mesi. Nei week end a casa dell’uno, in settimana a casa dell’altro. Da qui in avanti ognuno a casa propria. Pochi chilometri, un intervallo incolmabile. «Senza Stefano dormo male. Patisco la sua assenza. Mi manca cucinare per lui. Però compenso raccontandogli per filo e per segno i piatti che preparo per me. La nostra tecnica di sopravvivenza? La videochiamata. Soluzione che ho adottato anche con i miei genitori. Mio padre ha ottantasei anni. Nonostante ciò si è subito adeguato. Io e Stefano non abbiamo rinunciato a fare progetti a lunga scadenza. Anzi. Penso che darsi una prospettiva possa rivelarsi salvifico. Nella convinzione di uscirne indenni». —