Mirandola. «Il decreto non va Se noi chiudiamo il biomedicale rischia la paralisi»

Paola Busoli di BBG E LB: «Siamo aziende meccaniche ma per una filiera salvavita: le regole così non vanno bene»

MIRANDOLA Sono tempi molto difficili per le imprese. Agli enormi problemi dovuti all’emergenza sanitaria si uniscono quelli determinati dall’incertezza per il cosiddetto “lockdown” (la serrata quasi totale) e quelli di liquidità, che rischiano di innescare reazioni a catena. Tra le tante imprese che sono sospese, dopo l’annuncio di Conte nella serata di sabato, ce ne sono due, entrambe a Mirandola, che lavorano per il settore biomedicale, dunque per un settore “salvavita” , ma che non sanno se oggi potranno aprire e produrre pezzi indispensabili per ossigenatori, filtri e altri dispositivi determinanti per il mondo sanitario e ospedaliero.

A parlarne è Paola Busoli, amministratore delegato di “BBG” e di “RB”, due aziende che in totale contano una novantina di addetti: «Ci troviamo in una situazione un po’ particolare - dice - Dal 1973 abbiamo sempre lavorato nel biomedicale, pensi che il primo cliente di BBG è stata la Bellco di Mario Veronesi, e con orgoglio da quasi mezzo secolo aiutiamo ospedali in tutto il mondo. Però le nostre sono aziende meccaniche, facciamo lavorazioni per macchinari ospedalieri con BBG, mentre RB produce pezzi monouso stampati (come parti di ossigenatore o di filtri da applicare ai dispositivi), tanto che il nostro fatturato è per il 65% sul biomedicale. Ero tranquilla quando Conte ha detto che c’era la chiusura perché so bene che quello che produciamo è decisivo per il biomedicale, ma il mio commercialista mi ha contattato dicendo che siamo fuori dai codici Ateco. Per questo ho subito chiamato i nostri referenti in Lapam Confartigianato e stiamo cercando di capire come fare».


Busoli va oltre: «Non è che se chiudiamo noi si può scegliere un altro fornitore, per preparare quei pezzi e quei macchinari occorrono processi di validazione molto lunghi e quindi il rischio è di bloccare tutto in un momento in cui comprensibilmente i nostri clienti, che sono le grandi multinazionali e le aziende del biomedicale, ci stanno chiedendo uno sforzo supplementare per far fronte alle richieste degli ospedali. Non è pensabile stoppare l’indotto ospedaliero per due settimane». Parliamo con Paola Busoli quando il decreto non è ancora uscito e con le modifiche del caso da apportare: «Sono fiduciosa in realtà. A Roma c’è la tendenza a dividere per categorie, ma stiamo chiedendo di inserire nel decreto la possibilità di una certificazione di filiera per consentirci di lavorare. Stiamo valutando l’ipotesi di stare chiusi un giorno per evitare problemi, ma avendo una catena continua anche un giorno di stop significa migliaia di pezzi in meno. Vorrei anche sottolineare come già prima del penultimo decreto le aziende fossero state messe in totale sicurezza. Lavorare da noi è più sicuro che andare a fare la spesa».

Ma la situazione attuale sta provocando anche problemi di altro tipo alle aziende e una interessante segnalazione in questo senso arriva da Carlo Alberto Rossi, segretario generale Lapam Confartigianato. Rossi evidenzia il caso delle dilazioni di pagamento delle grandi aziende nei confronti delle piccole: «Lo avevamo già detto qualche giorno fa, alle prime avvisaglie del problema, lo ribadiamo con forza: alle imprese piccole e medie arrivano troppe lettere, da parte di grandi gruppi industriali, che annunciano una dilazione dei tempi di pagamento assunte in maniera unilaterale. In questo modo si scaricano i problemi di liquidità sui piccoli, ovvero proprio su chi, in questa emergenza, corre i rischi maggiori. Il futuro, se le cose non cambiano, è di per sé a tinte fosche, ma se i piccoli si trovano costretti a fare “da banca” alle grandi imprese salta tutto il sistema».

Il segretario dell’associazione prosegue: «Capiamo bene che la situazione è terribile per tutti, ma la soluzione del problema non è e non può essere spostare il problema sulle spalle di qualcun altro. Non stiamo parlando di tutte le imprese, ci mancherebbe, ma ai nostri associati stanno arrivando troppe lettere di questo tenore in questi giorni. La crisi di liquidità va affrontata in altro modo, attraverso la cassa integrazione, tramite accordi con il mondo bancario, tutte cose che si stanno facendo. Se non sono sufficienti si chieda al Governo e alle istituzioni di fare di più, ma non si mettano in crisi i fornitori, perché altrimenti saltano le filiere e saltano le imprese. I piccoli – conclude Rossi – sono quelli più esposti alla tempesta che stiamo vivendo. Come si è detto più volte da questa emergenza o ci si salverà insieme o non si salverà nessuno: né piccoli né grandi». —