Il governatore Bonaccini e l'emergenza in Emilia Romagna: «Ogni cosa deve piegarsi alla salute finchè sarà necessario»

Il presidente della Regione: «È necessario se poi vogliamo ripartire subito Ora attacchiamo e proviamo a combattere la pandemia andando casa per casa»

BOLOGNA Entra poco dopo le 7, esce a mezzanotte. Le giornate sono cambiate per tutti, anche per chi guida l’emergenza dalla torre della presidenza di viale Aldo Moro, ormai completamente svuotata dallo smart working. Resta lo staff accanto al presidente Stefano Bonaccini, ben dislocati e distanziati sui piani, si parla in videoconferenza. Ieri, giorno dell’assemblea legislativa telematica, è stata l’occasione per fare il punto a poco più di un mese dall’inizio dell’emergenza.

Presidente Bonaccini, è d’accordo con chi definisce “guerra” questo momento?


«Stiamo vivendo giorni e settimane molto difficili. Si è scomodata la parola “guerra”, un termine forse improprio ma che evoca una cesura drammatica che coinvolge l’intera società e cambia radicalmente e rapidamente tutto. Ci saranno altre occasioni per ragionare della portata generale di quanto sta accadendo, ma è piuttosto evidente che la nostra generazione, in questo tempo, vive qualcosa che segnerà una discontinuità profonda tra un prima e un dopo. Ho letto alcune riflessioni interessanti sulla necessità di cominciare a pensare con “audacia” al tempo e alle cose che dovremo costruire, mentre pratichiamo la “prudenza” e la “pazienza” del resistere; non sono pensieri oziosi e avvertiamo già il bisogno di dare una progettualità collettiva a quello che ci aspetta».

Cosa le pesa di più di questi giorni?

«Mai avremmo pensato di dover fronteggiare una simile pandemia, estesa ormai su scala mondiale. Come ho avuto già modo di dire, non possiamo nemmeno permetterci di piangere, avendo noi la responsabilità di dover gestire un’emergenza, dando anche responsabili ma indispensabili segnali di speranza. Fatemi rivolgere un pensiero a chi sta soffrendo in un letto d’ospedale, o nella propria abitazione; a chi vorrebbe anche solo rivolgere una parola o uno sguardo a un proprio familiare o amico malato e invece deve stare lontano. E un pensiero particolare lo rivolgo ai tanti che non ci sono più, ai loro familiari che magari non hanno potuto né assisterli né salutarli per l’ultima volta».

Il primo caso positivo dell’Emilia-Romagna è del 22 febbraio. Cosa ricorda di quel giorno?

«E’ apparso da subito chiaro come, pur non avendo focolai autoctoni, fossimo pienamente coinvolti. Per cui già domenica 23 febbraio è scattata la prima riunione di crisi: la nuova Giunta non era ancora insediata e si lavorava a scavalco tra “nuovo” e “vecchio” esecutivo. Alla sera ho firmato la prima ordinanza, di concerto con il ministro Speranza, per sospendere per una settimana le scuole in tutta l’Emilia-Romagna. Da lì è cambiato tutto».

Ordinanza è ormai una parola entrata nell’uso comune di milioni di emiliano-romagnoli, non senza polemiche, come quella dei runners.

«Ho detto a chi non capiva che lo avrei portato con me a vedere cosa stava accadendo nelle unità di terapia intensiva. Parliamoci chiaramente: non arrestare il contagio vorrebbe dire avvicinarci al rischio concreto del collasso del sistema sanitario, e questo dovrebbe far riflettere gli irresponsabili che ancora oggi violano regole e restrizioni. Abbiamo approntato un piano straordinario di riconversione delle strutture e delle attività sanitarie, di ampliamento dei posti letto per acuti e di terapia intensiva, di occupazione progressiva degli spazi e di utilizzo del personale della sanità privata; ma, lo ripeto, non c’è adattamento possibile e sostenibile se non si arresta il contagio. Il sistema lombardo è saturo ed è il più grande del Paese; il nostro potrebbe arrivarci, ed è uno dei più grandi e forse, in proporzione, il più robusto, potendo contare su una forte colonna vertebrale pubblica; immaginate cosa sarebbe accaduto se il contagio fosse partito da aree del Paese dove il sistema sanitario è molto più piccolo, dove c’è pochissima terapia intensiva, dove la sanità pubblica è diversa per dimensioni e prestazioni».

La domanda che tutti si fanno è quanto durerà.

«L’emergenza è sanitaria e il resto deve piegarsi ad essa. Quanto? Esattamente quanto è necessario, non un grado di meno. La compressione della socialità e dell’economia devono essere commisurate all’obiettivo se vogliamo che ci sia un dopo in cui riattivare socialità ed economia. Decine di migliaia di positivi e tanti decessi in un mese in Italia, e anche l’Emilia-Romagna sta pagando un prezzo altissimo. E la coda, anche quando avremo raggiunto il picco che ancora non abbiamo visto, non sarà certo breve».

Quale è stato fino ad oggi il momento più difficile?

«La severa chiusura della comunità di Medicina: è forse l’atto che mi è costato di più assumere in questi 5 anni, anche per il modo, quasi nel cuore della notte, per ovvie ragioni che comprendete. Ma era giusto farlo, stando alle indicazioni dei medici e vista la contiguità all’area più popolosa dell’intera regione: la Città metropolitana di Bologna, un milione di abitanti. Oggi, proprio in quella comunità, avviamo una sperimentazione farmacologica che puntiamo a estendere al resto dell’Emilia-Romagna, curando a casa le persone positive per provare a evitare che peggiorino e magari arrivino in ospedale in condizioni talvolta irrecuperabili. Ci è parso giusto e significativo iniziare da lì, dove il peso delle restrizioni è stato più forte, per dare anche un messaggio positivo. Non ci siamo dimenticati di quei cittadini, anzi».

Con il commissario Venturi che priorità avete?

«Il commissario ad acta che ho nominato per la gestione dell’emergenza, Sergio Venturi – che ringrazio per aver accettato questo gravoso compito, che sta portando avanti con l’assessore Donini – ha definito la chiusura di Medicina, insieme alle iniziative avviate per andare a casa dei malati col personale sanitario, o il piano straordinario dei tamponi, la nostra controffensiva al coronavirus. Ed è proprio così: dopo una fase difensiva, inevitabilmente difensiva, è giusto dispiegare tutti gli strumenti possibili per contrastare l’epidemia e per migliorare ulteriormente la cura e la presa in carico delle persone, anche di quelle tante che pur contagiate sono al proprio domicilio. È il segno che, pur nel pieno dell’emergenza, sta cambiando la fase e con essa la strategia: proviamo a combattere la pandemia casa per casa».

Poi ci sono i tanto discussi tamponi, dove ogni regione ha adottato la sua linea.

«Qui ci siamo scontrati dapprima con la necessità di potenziare il numero dei test, poi con la capacità dei laboratori di refertarli in tempi utili. Ora c’è il problema dei reagenti. Alcuni passi avanti importanti sono stati fatti: come avevamo indicato una settimana fa, il nostro obiettivo era passare a circa 5 mila tamponi al giorno, al fine di poter meglio monitorare il contagio anche dopo le misure restrittive introdotte. Non siamo ancora all’obiettivo, ma quasi, visti i circa 4.500 test effettuati in entrambi gli ultimi due giorni. Abbiamo anche attivato altri laboratori di analisi. Ci siamo dati l’obiettivo di estendere il monitoraggio sulle categorie a rischio, a partire dagli operatori sanitari e sociosanitari. Grazie alle analisi appena concluse a Reggio Emilia, a questa prima attività di test possiamo affiancare fin dai prossimi giorni quella dei test sierologici, in modo complementare e più diffuso. Il combinato disposto di queste tre leve (maggiori Dpi, tamponi sui sintomatici e test sierologici sugli asintomatici) dovrebbe permetterci di fare grandi passi avanti nella messa in sicurezza dei nostri operatori, delle strutture e dei loro pazienti e ospiti, delle rispettive famiglie. È un altro passo avanti che adesso facciamo».

Il sistema sanitario regionale è cambiato in pochi giorni. Reggerà?

«Tra le cose che questa emergenza ci insegna è che un grande sistema sanitario, pubblico e universalistico, è un bene essenziale. Certo è che non possiamo permetterci di allentare la presa o abbassare la guardia: è invece il momento di richiamare ancor più al rispetto delle restrizioni, a cominciare dal dover restare a casa. Ognuno deve davvero fare la sua parte, se vogliamo sperare di consolidare i segnali di tendenziale rallentamento che si intravedono. In sole due settimane, per dire, siamo passati da 1.290 posti letto per Covid-19 a 4.630; di questi i posti letto di terapia intensiva attivati saranno 514 solo per la parte pubblica. Grazie poi ad un accordo sottoscritto con la sanità privata, abbiamo un ulteriore potenziale di trasformazione di migliaia di posti letto in generale e di quasi un centinaio per la terapia intensiva. È un lavoro che è già partito e si sta sviluppando proprio in questi giorni. Tanto per la sanità pubblica quanto per quella privata si è trattato di una rivoluzione, che ha trasformato l’organizzazione e la fisionomia stessa dei servizi, le mansioni degli operatori, la logistica e gli spazi. L’ho fatto molte volte ma voglio ripeterlo qui: i nostri operatori, tutti, hanno fatto e stanno facendo un lavoro straordinario, che rende onore a loro come persone e come professionisti, a tutti noi come cittadini e come Emilia-Romagna. E anche le donazioni che abbiamo attivato ne sono la dimostrazione: a ieri, sul solo conto corrente regionale abbiamo raccolto oltre 2 milioni e 154 mila euro, ma molte ulteriori donazioni si stanno perfezionando. La raccolta del sistema ha già superato complessivamente i 20 milioni di euro».

L’emergenza ha evidenziato anche un dialogo discordante tra le diverse regioni e tra Governo e regioni. Lei che pensa?

«In questi oltre 30 giorni ho cercato di costruire il massimo di consenso tra Governo e Regioni, almeno per la parte che mi competeva. Altrettanto ho fatto sul territorio con i sindaci e i presidenti di Provincia, naturalmente con le Prefetture. Ho difeso le prerogative delle Regioni. A differenza di altri osservatori distratti e commentatori da salotto, non concedo nulla alla logica per cui l’emergenza dimostrerebbe che bisogna superare la gestione regionale della sanità nel nostro Paese. Se stiamo reggendo è grazie al sistema sanitario regionale dell’Emilia-Romagna che abbiamo costruito in questi 40 anni. Sono viceversa determinato a fare tutto il possibile perché il Paese sia unito e coeso, coerente nelle scelte e nel modo di affrontare un problema che è comune, non regionale».

Inutile nascondere che all’emergenza sanitaria si affianca anche una emergenza economica di proporzioni uniche. Da sola l’Italia, e l’Emilia Romagna, non ce la possono fare.

«Il Governo ha già adottato due primi provvedimenti per far fronte, sul piano economico e sociale, all’emergenza determinata dal contagio. Come noto, poi, è in dirittura d’arrivo un ulteriore provvedimento, ancor più significativo, per il sostegno di imprese e famiglie, pronto per l’inizio di aprile, che porterebbe lo stanziamento complessivo a oltre 50 milioni di euro. E’ intanto un fatto positivo che si sia arrivati alla sospensione del Patto di stabilità europeo, come avevamo chiesto fin dal primo momento. Ma è altrettanto imprescindibile che, a fronte di una politica monetaria espansiva, arrivi immediatamente una scelta forte da parte delle istituzioni comunitarie per una politica fiscale espansiva. La sostanziale fumata nera di ieri è un pessimo segnale: se qualcuno pensa ancora di poter affrontare questa emergenza e le conseguenze economiche e sociali che ne deriveranno con le ricette dell’austerità significa che si è capito poco e non si è imparato nulla. Un’Europa così non serve a nessuno. Davvero ne usciremo tutti insieme o non ne uscirà nessuno».

Provando a vedere il bicchiere mezzo pieno…

«Siamo la prima Regione ad aver siglato un accordo con le parti sociali all’interno del Patto per il Lavoro, rendendo subito disponibili 25 milioni di euro per 4 settimane di cassa integrazione in deroga; il riparto del nuovo decreto ci assegna ulteriori 110 milioni per ulteriori 9 settimane, e anche in questo caso abbiamo già siglato l’accordo. Con un accordo con Abi e Consorzi fidi, abbattendo a zero i tassi di interesse e gli oneri di attivazione delle contro-garanzie, abbiamo destinato 10 milioni di euro di risorse fresche, prese dall’avanzo di bilancio, che garantiranno fino a 150mila euro ad azienda per 36 mesi a tasso zero. Un’operazione e una iniezione di liquidità in grado di attivare investimenti fino a 100 milioni, non appena sarà possibile ripartire. Poi il sostegno ai Comuni per la spesa educativa e sociale, quello alle famiglie per azzerare le rette, il rinvio dei pagamenti in scadenza, la digitalizzazione che ha permesso alle scuole di continuare a lavorare. L’obiettivo è anche quello di garantire servizi individuali per i soggetti più fragili e le loro famiglie, a partire da diversamente abili e non autosufficienti».

In assemblea legislativa ha già tracciato un quadro per uscire dalla crisi con alcune parole chiave.

«Il nostro ruolo, quello del pubblico in generale, dal Governo agli Enti locali, dovrà presto essere quello di investitore: nel momento in cui la domanda interna crolla e i mercati internazionali si chiudono, la principale leva da attivare è proprio quella degli investimenti. Sanità, messa in sicurezza del territorio, digitalizzazione, mobilità sostenibile: a me paiono queste le leve da attivare con forza per sostenere, nell’uscita dall’epidemia, la ripresa della nostra economia e il lavoro delle persone. Credo che il decreto di aprile dovrà contenere prime risposte in questa direzione e, come Emilia-Romagna, siamo pronti non solo a riorientare in questa direzione la nostra programmazione e le nostre risorse, ma anche la nuova programmazione dei fondi comunitari 2021-2027».

Cosa non è andato come pensava?

«Registriamo ancora molte difficoltà, a partire dall’approvvigionamento di mascherine e dispositivi individuali di protezione, di strumentazioni per il funzionamento delle terapie intensive e degli stessi reagenti per i tamponi. Le consegne si sono rivelate nel tempo complessivamente insufficienti e in ogni caso incostanti e incerte, con comunicazioni e trasferimenti fatti giorno per giorno. Vi sono miglioramenti, che però vanno consolidati, per arrivare a una situazione di forniture costanti e regolari. Lo considero davvero il minimo sindacale ad oltre un mese di distanza! Abbiamo avuto molti problemi ad assicurare strumenti di protezione adeguati agli stessi operatori sanitari, per non parlare del personale impegnato nella gestione dei servizi socio-assistenziali, laddove si concentrano proprio gli utenti più fragili e vulnerabili. Ancora in queste ore stiamo seguendo passo passo la raccolta da parte della nostra Protezione civile e la distribuzione da parte della sanità. Alla luce dei numeri attuali, per assicurare dispositivi adeguati a tutti (compresi i medici di famiglia, i pediatri di libera scelta, il volontariato sanitario, ecc.) avremmo necessità di circa 350 mila mascherine chirurgiche al giorno e di oltre 100 mila FFP2 e 3. Problema analogo abbiamo nella fornitura di camici».

L’Emilia Romagna, però, si è ingegnata, riconvertendo linee di produzioni aziendali.

«Un’azienda di Reggio Emilia che ha fatto da apripista porta proprio nella giornata di oggi a 100 mila pezzi la produzione di mascherine e tra pochi giorni ce ne assicurerà circa 120 mila al giorno. Abbiamo avviato, in modo sempre più strutturato, rapporti con le aziende del territorio che intendono riconvertire le proprie produzioni. Concludo con le parole che ho usato in assemblea: forse la nostra vita sta cambiando e forse nemmeno ce ne rendiamo conto fino in fondo. Coltivare l’illusione che tutto tornerà come prima può aiutare. Certo torneremo a dividerci, ognuno a portare avanti le proprie idee. Ma prima pensiamo a come tornare a stringerci la mano se ci incrociamo, invece di dover sfuggire l’un l’altro lasciando almeno un metro fra di noi». —

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