Modena. Il vescovo sulla Fase 2 che nega le messe «La Chiesa non vale meno dei negozi»

Don Erio scrive ai sindaci e chiede che si tenga in debito conto la dimensione spirituale, importante almeno come le altre



Una lunga lettera scritta ai sindaci dei comuni delle diocesi di Modena e di Carpi, un modo inusuale per rispondere alle polemiche sulle “messe sospese” da parte del Governo. Dopo l’intervento di domenica sera della Cei, che ha bocciato la linea del premier Conte, ecco le parole del vescovo di Modena e amministratore apostolico di Carpi, don Erio Castellucci: «Pur consapevole di una possibile strumentalizzazione politica, ho pensato di inviarvi questa lettera aperta, che tocca anche corde sensibili del periodo che stiamo vivendo», esordisce il vescovo che poi ricorda i defunti, chi vive la malattia, e ringrazia, oltre ai sindaci, anche tutti i lavoratori impegnati a vario titolo.


Poi entra nel vivo delle questioni: «Come Chiesa cattolica, a partire dal 23 febbraio scorso e per oltre due mesi, abbiamo aderito con convinzione alle disposizioni governative della “fase uno”, anche cercando di contenere proteste, talvolta accompagnate da insulti e maledizioni verso i vescovi “pavidi”, “igienisti” e “governativi”, e soprattutto appoggiando e motivando le misure limitative di alcune libertà costituzionali, come quella di movimento e di culto. Questi provvedimenti stanno dimostrando giorno dopo giorno la loro efficacia. I cristiani del resto, per essere tali, devono essere dei buoni cittadini. Questa adesione, piena e convinta, non ha però impedito di notare alcune oscillazioni e incongruenze nelle iniziali disposizioni – spiega don Erio, che riprende andando dritto al punto, ricordando che oltre ai beni materiali sono importanti anche i beni relazionali e quelli spirituali - Come Chiesa non rivendichiamo l’occupazione di spazi o particolari prerogative, ma crediamo di poter continuare ad offrire un servizio alle persone. A voi risulta chiara la valenza “socialmente utile” della Chiesa, perché amministrate direttamente il territorio e siete in continuo contatto con le parrocchie e i sacerdoti, gli enti e le associazioni, i volontari e le diverse iniziative. Ma sembra che a livello centrale invece questa chiarezza non ci sia e, non da oggi, abbiamo l’impressione che “la Chiesa” appaia qualche volta come parte del problema piuttosto che come partner della soluzione. Di qui il fermo “disaccordo” espresso dalla Cei due ore dopo la conferenza stampa del Presidente del Consiglio, che ha accennato alla dimensione spirituale e celebrativa come se fosse una “concessione”, e solo per quindici persone e per i funerali, meglio se all’aperto… Non c’è alcuna “rabbia” o “ira” della Cei verso il Governo, ma solo il disappunto unanime per quella che appare una sottovalutazione delle potenzialità delle nostre comunità e una visione antropologica limitata ad una dimensione: se nell’emergenza è evidente che occorra privilegiare a tutti i costi la salute e gli alimenti, nella “fase due” è necessario integrare - con tutte le precauzioni – anche le altre dimensioni, i beni relazionali e quelli spirituali. Ciò che vale per negozi, supermercati, fabbriche e uffici non deve valere anche per le forme di partecipazione e le attività spirituali?».

Il vescovo prosegue: «Ci stiamo quindi interrogando su come poter gradualmente tornare a celebrare con il popolo di Dio, assicurando il distanziamento vigilato, i dispositivi igienici, la pulizia e l’eventuale turnazione. Le Caritas, le mense diocesane e tanti volontari (basta citare per tutti l’Agesci) stanno coordinando i servizi primari in modo rigidamente conforme alle normative. Ci stiamo chiedendo come poter continuare a svolgere, nelle forme permesse, il servizio educativo in estate e anche dopo; i “centri estivi” vengono già richiesti da alcuni genitori, che torneranno presto al lavoro e non possono contare su nonni o su baby sitter: e se è chiaro che non si potranno svolgere nei prossimi mesi dei campeggi, è auspicabile invece, secondo un protocollo regionale in preparazione, che vi siano dei centri diurni, perfettamente in regola con le normative». —

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