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Riolunato Matteo e una trota da record pesa 7 chili ed è lunga 78 cm

Melotti, 27 anni, è andato con gli amici vicino alla diga e lì ha avuto la sorpresa «La pesca può essere un altro strumento turistico per il nostro Appennino»

RIOLUNATO  «Era enorme, enorme. Il pesce della vita: non riuscirò mai più a prendere qualcosa del genere». È ancora mosso da un brivido il 27enne Matteo Melotti quando ci ripensa.

Ed è comprensibile, perché domenica scorsa nelle acque dello Scoltenna presso la diga di Riolunato è riuscito a prendere uno splendido esemplare maschio di trota fario della bellezza di 78 centimetri (circa 7 kg). Modenese con seconda casa ad Acquaria e una solida militanza nel Gruppo Lancisti di Montecreto, con altri tre amici (Simone Mundici, Andrea Vignudini e Jacopo Castelli, consigliere con delega a Sport e turismo a Montecreto) si era messo a pescare lungo il torrente Scoltenna nel tratto a monte della diga dove c'è il no-kill. «Ma per tutta la mattina non ho preso assolutamente niente» sottolinea.

Poi dopo pranzo i quattro si sono spostati alla diga, tratto libero dove si possono trattenere fino a quattro pesci dai 25 centimetri in su. «“Dai, facciamo due lanci” ci siamo detti – racconta – ma per un’ora non è successo niente. Poi all’improvviso da sotto è saltato fuori un pesce enorme, che si è attaccato all'esca quasi a galla: ho visto subito che era eccezionale. Non potevo lasciarmelo scappare, ma avevo un filo di nylon sottile e non potevo sforzare troppo...».

È stato un combattimento epico. «Tirava tantissimo e la riva era alta 2 metri: non avrei mai potuto portarlo in acque basse, dovevo tirarlo su. A un certo punto ha cercato riparo tra i rami della riva, facendo valere tutto il suo peso. Ha fatto così due volte: la seconda il filo è finito in mezzo ai rami e credevo di averlo perso. Ma i miei amici stando appena fuori dall’acqua lo hanno fatto uscire e mi hanno aiutato a liberare il filo.

A quel punto lo abbiamo preso con un guadino, ma era troppo grosso ed è saltato fuori. «Pensavo di averlo perso - continua - Invece era ancora legato all’amo, ormai sfinito dopo un quarto d'ora di lotta: l'ho portato vicino a riva e con un’altra strategia l'abbiamo messo nel guadino, dove non poteva più scappare». Il primo pensiero è stato quello di ributtarlo in acqua dopo la foto ricordo, ma ormai era già agonizzante: «Abbiamo capito che non aveva senso, sarebbe stato come buttare in acqua un pesce morto». Così invece il pescione sarà protagonista a tavola.

Probabilmente le settimane di calma del lockdown lo ha spinto a scoprirsi: «Di sicuro era un pesce che girava sul fondo della diga aggiunge Matteo - La lunga assenza di movimenti e immissioni lo ha spinto a salire per cibarsi di altri pesciolini». Di qui l’ appello: «Quel che mi è successo è la prova che la pesca può dare grandi soddisfazioni anche qui: non c'è bisogno di andare in Trentino. Ma da quei luoghi dovremmo ispirarci per costruirvi attorno servizi e un’economia turistica a beneficio di bar, ristoranti e alberghi. Bisogna crederci». —