Modena. La giovane prof. strega i ragazzi con il mito «L’antico mi ha portato al Bancarellino»

Roberta Dieci, insegnante di latino e greco alle superiori, è tra i 20 finalisti del prestigioso premio con il suo romanzo 

MODENA Roberta Dieci è una giovane insegnante. Il suo ultimo romanzo, “Lotus - Le Anime di Aoroa”, è stato selezionato tra i venti finalisti del premio Bancarellino, per la categoria dedicata alla narrativa per ragazzi.

Lotus è un romanzo fantasy intarsiato di contaminazioni provenienti dalla civiltà greca: ogni capitolo è intitolato secondo le lettere dell’alfabeto greco ed è composto di 24 capitoli come i libri dell’Iliade e dell’Odissea, ma i rimandi sono tantissimi. Una chicca per gli insegnanti è che all’interno vi è un mistero linguistico reale, quello della Lineare B, oggi parzialmente decifrata.


Lei è un insegnante di latino e greco. Qual è stato il suo percorso?

«Ho studiato a Bologna, sono laureata sia in lettere classiche che moderne. Ora insegno in una scuola superiore di Modena latino, greco, italiano e geostoria. Inoltre ho aperto un centro di lezioni private di cui sono titolare, fondatrice e referente».

Come ha deciso di scrivere libri per ragazzi?

«Sono partita con il mio primo romanzo di formazione I sogni non fanno rumore, che era rivolto sia ai ragazzi sia agli adulti. Poi, dato il mio contatto con i giovani, che mi ispirano tutti i giorni, ho deciso di approfondire un altro genere, il fantasy: lo amo molto anche per il legame che ha con l’epica classica».

L’atmosfera epica di ispirazione greca pervade il romanzo, e anzi, si gioca a individuare i riferimenti.

«L’ambientazione è inizialmente ordinaria: siamo a Verona, dove i due protagonisti conducono una vita normale. Ad un certo punto però, attraverso il sogno e un rito di passaggio, vengono trasportati in un nuovo mondo, Aoroa, il cui nome risale a una parola greca che significa “fuori dal tempo”. Mi sono liberamente ispirata al mondo minoico e miceneo, ma ho inserito anche mostri mitologici, come le Arpie e il Minotauro, e le tecniche di combattimento proprie del mondo antico».

Qual è la funzione del mito nel romanzo, e nella vita?

«Il mito viene ripreso come esempio da psicologi e psicoterapeuti, perché se ci concentriamo sul nostro inconscio, il mito è sempre il punto di partenza, serve per darci spiegazioni. E gli antichi così lo utilizzavano: esistevano miti eziologici per spiegare ciò che non si poteva comprendere. Lo considero un immagine di ciò che è nascosto in noi, e anche nei romanzi, se tento di psicoanalizzarmi, il mito ha una valenza forte per quanto riguarda la mia vita; può essere una metafora dell’amore, o delle mie paure, ma soprattutto delle paure ancestrali di ognuno di noi».

Ci racconti l’origine del titolo Lotus.

«Lotus è una parola latina, significa loto, il fiore che dà l’oblio, presente anche nell’Odissea. Si arriva ad un punto, nel romanzo, in cui i personaggi per passare da un mondo all’altro devono dimenticare quello che è successo prima: così bevono il succo di questo fiore. È una citazione tratta dal mito di Er di Platone, che narra il passaggio delle anime dal mondo dell’aldilà all’incarnazione terrestre. Anche loro devono dimenticare il passato».

Uno dei temi fondamentali del romanzo è quello del rito di iniziazione.

«È un tema molto affascinante: sia nelle culture antiche che moderne sono riscontrabili riti di passaggio all’età adulta. Esistono anche nella nostra civiltà, ma in modo più razionale e standardizzato. Nel mio romanzo il rito è rappresentato da una gara, una prova fisica e logica, a metà tra l’antico e i giorni nostri». —