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Mirandola. «Noi medici e infermieri dal terremoto a Covid Ma gli abbracci del 2012 adesso ci sono mancati»

Toscani, Badiali e Gelati erano già in prima linea otto anni fa  «Stessa umanità e grande generosità. Il mondo ora cambierà» 

MIRANDOLA La preoccupazione, allora, fu quella di portare fuori dagli ospedali i pazienti, molti dei quali bloccati nei letti di degenza, con uno sforzo incredibile compiuto da medici e infermieri. Otto anni dopo la stessa generosità ha visto alcuni di quei professionisti ancora in prima linea ma stavolta nel cercare di trovare posti letto negli ospedali e dare assistenza adeguata ai malati. Terremoto e Coronavirus nella Bassa sono vicende che vanno a braccetto, due esperienze drammatiche con alcuni punti di contatto e con sullo sfondo l’abnegazione dei sanitari e la generosità della gente. Emozioni e sensazioni raccontate da Stefano Toscani, direttore del dipartimento di Emergenza-Urgenza dell’Ausl, Alessandro Badiali della direzione sanitaria e membro della taskforce Coronavirus e Luca Gelati che nel 2012 coordinava i pronto soccorsi di Mirandola e Finale e oggi è il coordinatore della distribuzione dei dispositivi di protezione nella Bassa.

«Il terremoto – inizia Toscani - è stato uno choc molto rapido. Abbiamo dovuto vuotare gli ospedali di Mirandola e Finale e riorganizzarci. Ma capito quanto stava avvenendo si sono applicate delle procedure che avevamo studiato e ci hanno comunque permesso di rispondere alle richieste della popolazione, avendo fortunatamente delle strutture sanitarie modenesi su cui fare affidamento. Il Covid19, al contrario, ci ha tolto praticamente da subito i medici di famiglia e i volontari per mancanza di protezioni ed è stato un continuo evolversi di strategie che ci ha costretti a cambiare progressivamente i piani di riorganizzazione, dai Pronti Soccorso agli ospedali, passando per la rete di Emergenza-Urgenza, per affrontare un fenomeno che, tendenzialmente, sembrava dover soverchiare le forze in campo. In questo senso le emergenze non sono del tutto paragonabili, ma in entrambi i casi lo sforzo di riorganizzazione richiesto al sistema sanitario è stato rilevante».


«Nel 2012 eravamo in una fase di pressione minima sugli ospedali e quindi dopo lo sforzo di salvataggio iniziale le altre strutture modenesi hanno potuto accogliere i degenti – spiega il dottor Badiali – Una volta ristabilita la situazione abbiamo riproposto, con alcune migliorie, il modello precedente. L’emergenza Coronavirus, al contrario, ha tempi più lunghi. Superato il picco epidemico, con lo sforzo per la riorganizzazione degli ospedali e dei servizi dovuta alle necessità di isolamento, ora ci troviamo di fronte alla ripresa delle attività, ma la riorganizzazione avrà paradigmi molto diversi. Sarà un’occasione e una sfida. Andranno valorizzate la telemedicina, le possibilità di teleconsulto. La presa in carico del paziente sarà da attuare non con il paziente di fronte, ma medici, dottori, clinici e infermieri dovranno rapportarsi pensando al paziente e ad un percorso di assistenza migliore, cercando di assisterlo il più possibile all’esterno, in linea con i modelli di medicina di iniziativa. Sisma e Coronavirus hanno però mostrato un sistema in grado di adattarsi e reagire».

«Sa cosa manca rispetto al 2012? - dice Luca Gelati – La possibilità di abbracciarsi e gioire per un risultato positivo. Lo facemmo quando completammo l’allestimento degli ospedali da campo; questa volta, invece, abbiamo dovuto mantenerci a distanza senza poter vivere quell’emozione di squadra. Il sisma lo vedi, lo senti, percepisci che genera distruzione ma sai che potrai ricostruire; il virus è invece invisibile però devi provare a contrastarlo mettendo in campo generosità e passione. Quella passione che il tessuto sociale della Bassa ha dimostrato, ancora una volta, di fronte ad un’altra sfida della storia». —

f.d.