Contenuto riservato agli abbonati

Modena, Si Cobas denuncia la Questura: "Io, portato in cella, denundato e umiliato" 

Marcello Pini: "Prima l’irruzione inaudita in una sede sindacale, poi il sequestro del telefono e un trattamento degradante"

MODENA. Il sindacato Si Cobas non ci sta e, nel nome della libertà dei cittadini e di tutte le organizzazioni sindacali, intende andare sino in fondo, presentando alla procura una dettagliata denuncia contro la Questura, per quella che i sindacalisti definiscono una irruzione nella loro sede sindacale, un abuso di potere nei confronti di tutti i sindacalisti presenti. Un abuso, aggiungono, per altro nato da un pretesto, quello di aver filmato alcuni agenti mentre effettuavano degli arresti: «Non è affatto un reato filmare la polizia mentre sta operando. E allora tutte le manifestazioni, quelle di Genova, quelle negli Usa?»



Non solo, il sindacalista portato per tre ore in questura, Marcello Pini, fratello del deputato Giuditta Pini, parla di «trattamento umiliante», di «essere stato spogliato», di «procedure del tutto simili a quelle attuate per una detenzione in carcere» e del sequestro del cellulare per il quale è già partita una istanza di dissequestro inviata in Procura e in Questura.



Tutta questa situazione è nata giovedì pomeriggio, mentre in via Santi, nell’area verde proprio di fronte ala sede del sindacato Si Cobas si stava svolgendo l’operazione contro un giro di spaccio condotta dalla squadra mobile (sezione antidroga) e polizia locale. Gli agenti della mobile, in borghese, stavano procedendo all’arresto di tre spacciatori.



«Mi sono avvicinato, filmando con il telefonino - spiega il sindacalista Marcello Pini - quella che pensavo fosse una lite, una rissa tra spacciatori, che in questa zona sono frequenti. Non potevo sapere che fossero agenti perché erano in borghese. Subito mi è stato detto di smetterla, ho chiesto di farmi vedere un tesserino e una volta capito che erano poliziotti allora per me non ci sarebbe stato alcun problema, ho detto che avrei cancellato il filmato e finita lì. Mi hanno chiesto i documenti ho detto che non li avevo con me ma all’interno del sindacato e mi sono diretto verso la sede per andarli a prendere, dicendo “voi fermatevi qui fuori, questo è un ufficio privato”. Ma gli agenti sono entrati. E prima già c’erano minacce del tipo “Ah, non hai i documenti? Allora ti arrestiamo».



«Dentro alla nostra sede c’ero io - spiega Caterina Moreno - e altri sette sindacalisti. Alcuni lavoratori venuti per pratiche sono scappati via. La polizia è entrata , ha chiesto i documenti a tutti dicendo: «Fuori i documenti, altrimenti vi arrestiamo. Fuori anche i cellulari, fateceli vedere che poi procederemo». E hanno visitato tutte le stanze, i bagni, anche il piano di sopra».



Enrico Semprini, coordinatore dei Si Cobas: «La questione fondamentale in tutta questa vicenda è che ci sia stata una irruzione della polizia all’interno di locali sindacali mentre le persone all’interno stavano svolgendo normalmente la loro attività di sindacato, e che queste siano state tutte minacciate del sequestro dei telefoni, e che siano stati chiesti i documenti a tutti i presenti. E, ripeto, all’interno dei locali sindacali. Questa situazione è inaudita: mai è accaduto, se non nel Ventennio, che venissero fatte irruzioni all’interno di una sede sindacale. Per questo adiremo a vie legali, per la tutela dei diritti di libertà che devono essere garantiti a tutti i cittadini, a tutti i sindacati, di qualsiasi orientamento. In ogni caso abbiamo i filmati che documentano tutto»

. Marcello Pini racconta del trattamento subìto in questura: «Mi hanno portato via dall’interno della sede sindacale senza un accusa precisa, senza la possibilità di parlare con il mio avvocato, e nelle loro celle sottoposto a dei trattamenti degradanti. Ero comunque stato riconosciuto, sapevano che erano in un sindacato e che eravamo Si Cobas. In questura sono stato spogliato e, nudo, mi hanno fatto fare dei piegamenti, sulle ginocchia, per vedere se avevo ancora qualcos’altro». «Quindi assieme al sindacato, io farò denuncia - conclude Pini - Il motivo scatenante è stata la reazione della polizia al fatto che stavo testimoniando qualcosa che stava succedendo e che a noi, inizialmente, ci è sembrato essere una lite tra spacciatori. I capi d’accusa della denuncia sono resistenza e rifiuto di fornire le proprie generalità». —