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Modena, Coronavirus, l’Aifa e la Regione: «Il farmaco per l’artrite non dà alcun beneficio»

Lo studio del professor Salvarani non ha portato risultati nella lotta al Covid «Parliamo di soggetti con polmonite lievi, ma nei gravi potrebbe funzionare»

MODENA. «Lo uso da anni sui miei pazienti in Reumatologia e devo dire che facevo il tifo per il Tocilizumab: ma nei soggetti scelti per il nostro studio sul Covid, quindi persone con polmoniti lievi, non ha funzionato. Questo non vuol dire che siamo alla pietra tombale del farmaco: potrebbe funzionare in soggetti magari più gravi». Il professor Carlo Salvarani, primario di Reumatologia del Policlinico di Modena e dell’ospedale di Reggio, commenta con estrema serenità la comunicazione di Aifa (Agenzia italiana del farmaco) sulla neutralità del farmaco per l’artrite reumatoide nei casi di Coronavirus: non sono stati riscontrati benefici nel suo utilizzo in soggetti che avevano sviluppato una polmonite non grave e che quindi non si trovavano in Terapia intensiva. Ecco i numeri dello studio che lo stesso Salvarani ha fornito ad Aifa e Regione.



«Si è concluso anticipatamente – sottolinea Aifa - dopo l’arruolamento di 126 pazienti (un terzo della casistica prevista) lo studio randomizzato per valutare l’efficacia del Tocilizumab che era stato promosso dall’Ausl Irccs di Reggio con la collaborazione di 24 centri italiani».



Per quanto concerne i risultati Aifa evidenzia che non c’è stato alcun «beneficio nei pazienti trattati né in termini di aggravamento (ingresso in terapia intensiva) né per quanto riguarda la sopravvivenza. In questa popolazione di pazienti in una fase meno avanzata di malattia lo studio può considerarsi importante e conclusivo, mentre in pazienti di maggiore gravità si attendono i risultati di altri studi tuttora in corso».

L’analisi dei 123 pazienti rimanenti (3 hanno poi negato il consenso) ha evidenziato una percentuale simile di aggravamenti nelle prime due settimane tra chi riceveva il farmaco e chi la terapia standard: 28.3% contro il 27.0%. Nessuna differenza significativa è stata osservata nel numero totale di accessi alla Terapia Intensiva (10.0% contro il 7.9%) e nella mortalità a 30 giorni (3.3% contro il 3.2%).

«Nell’ambito del trattamento dei pazienti con Covid-19 – conclude Aifa - il Tocilizumab si deve considerare quindi come un farmaco sperimentale, il cui uso deve essere limitato esclusivamente nell’ambito di studi clinici randomizzati».

Occorre fare grande attenzione, però, poiché gli studi sul Tocilizumab in Italia sono diversi. «Quello che noi abbiamo portato avanti – specifica il professor Salvarani – è probabilmente il più completo (ve ne è uno in corso anche a Modena, ndr). Quello del Pascale di Napoli, ad esempio, non ha un gruppo di controllo, cosa che invece ci deve essere. Altrimenti non si capisce se il farmaco funzioni o meno». In sostanza ci deve essere un gruppo di pazienti con le stesse caratteristiche che segue la terapia standard e con cui confrontare i risultati. Nello studio del professor Salvarani non ci sono state evidenze che indichino l’efficacia del Tocilizumab: «Ma non è detto che per altri non funzioni. Noi lo abbiamo provato su pazienti in fase precoce, cioè con una polmonite lieve, ma potrebbe avere riscontri positivi su soggetti più severi e più infiammati. Sono però soddisfatto da un punto di vista personale, poiché abbiamo coordinato 24 centri italiani e nonostante queste difficoltà siamo riusciti ad ottenere dati di elevata qualità e a contribuire al processo di produzione di conoscenza a livello internazionale. Questo dimostra che in Italia è possibile realizzare una ricerca di elite grazie soprattutto alla caratura dei professionisti e dei ricercatori».

«Sono soddisfatto del fatto che il nostro sistema sanitario abbia contribuito allo studio - aggiunge l’assessore alla Salute Raffaele Donini - Anche se l’indagine che è stata condotta non ha portato i risultati in cui si sperava per la cura dei pazienti colpiti da Covid-19, è stato comunque importante farlo. Perché fare ricerca è l’unico modo che abbiamo per combattere la malattia. Fare ricerca è sempre importante perché, a prescindere dai risultati che in questo caso attestano la neutralità del farmaco per questo tipo di patologia, si contribuisce ad aumentare la conoscenza. È anche questo - conclude l’assessore Donini - un altro passo avanti per la medicina e per la scienza». —