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La cefalea cronica ora è riconosciuta: boom di richieste per l’invalidità

Simona Guerzoni, dirigente medico del Centro Cefalee del Policlinico, spiega cosa accadrà dopo l'approvazione della nuova legge voluta da Giuditta Pini (Pd) e Alessia Lazzarini (Lega): «Il nostro centro  è uno dei più importanti e cura pazienti non solo modenesi»

MODENA.. «Da quando è stata approvata la legge che inserisce la cefalea primaria cronica tra le malattie sociali il nostro centro è subissato di telefonate da parte di pazienti che si dicono pronti a chiedere l’invalidità». A raccontarlo è la dottoressa Simona Guerzoni, dirigente medico presso il Centro Cefalee di Modena, che chiarisce: «Adesso c’è l’euforia del momento. Questo riconoscimento era atteso da tanto tempo e i pazienti potranno finalmente accedere alle commissioni Inps ma la legge non si traduce nel riconoscimento automatico dell’invalidità e ci aspettiamo ancora molto lavoro».



«Nel 2019 sono state tra le 3500-3600 le visite effettuate dal centro modenese, specializzato nel trattamento della malattia da abuso di farmaci, nel quale arrivano pazienti da tutta Italia. I pazienti cefalogici sono “migratori” – spiega Guerzoni - si spostano lungo lo Stivale in cerca delle cure migliori».



Dottoressa Guerzoni, come avete accolto l’approvazione di questa legge?

«C’è stata un’ovazione perché erano 20 anni che si stava tentando di farle inserire tra le malattie sociali. Era frustrante per noi ma soprattutto per i nostri pazienti. Grazie a questa legge dovranno essere riconosciuti i centri cefalee, essere fatti dei percorsi specifici e individuati professionisti di questa patologia. Prima era tutto molto personalizzato e tutti si improvvisavano cefalologi ed esperti di cefalea. Ora invece dovranno avere una connotazione ben precisa all’interno di un centro riconosciuto».

Tante regioni erano allo sbando in questo senso.

« Il centro cefalee modenese è considerato tra i più importanti in Italia».

Per cosa si caratterizza?

«Il nostro è un centro cefalee di terzo livello, ha in cura pazienti cronici, gravi rispetto a quelli che possono arrivare al neurologo del territorio. Siamo specializzati essenzialmente su quelle forme da abuso farmacologico, i nostri pazienti utilizzano farmaci al bisogno in quantità molto importanti. Abbiamo un day hospital e una degenza ordinaria. I ricoveri vengono effettuati quando il paziente diventa cronico – da 30 giorni al mese di mal di testa – con utilizzo quotidiano di uno o più farmaci che alimentano il malessere. Per bloccare questo circolo vizioso in questi casi è indicato un ciclo di disintossicazione, inserendo una terapia farmacologica di profilassi. Come centro siamo il riferimento anche per il trattamento con tossina botulinica, in particolare dell’emicrania cronica. Non vediamo però solo cefalee croniche ma anche normali e secondarie».

Quanti pazienti in un anno?

«Nel 2019 abbiamo eseguito circa 3200 prestazioni ambulatoriali e in totale le nostre prestazioni sono arrivate a 3500-3600. Le persone che abbiamo in cura arrivano da tante altre regioni, devo dire che il paziente cefalogico è abbastanza particolare nel senso è un paziente migratore. Dal momento che ha una patologia cronica che dura tanti anni, tende a spostarsi di centro cefalee in centro cefalee in cerca delle terapie migliori».

Come arrivano da voi?

«Quasi esclusivamente tramite il medico di Medicina Generale, che fa un primo screening e lo invia direttamente a noi quando valuta una gravità della patologia. Se ritiene invece che il paziente sia meno grave lo indirizza sul neurologo del territorio. Questi sono percorsi dedicati che la regione Emilia-Romagna ha strutturato già una decina di anni fa. Abbiamo fatto tantissimi corsi con i medici di medicina generale proprio per instradarli su una possibile diagnosi di base».

Durante il Covid, un mese e mezzo fa, è partito il nuovo servizio Oncall grazie al quale ora ci chiamano su un numero dedicato dalla mattina fino alle 16.



«Si tratta di un filo diretto che ci permette di non intasare il pronto soccorso perché se ravvisano un’urgenza particolare entro due settimane noi vediamo i pazienti».

Di solito quanto tempo passa prima che una persona chieda aiuto?

«Nel tempo sempre più persone hanno imparato a conoscere la loro malattia e arrivano da noi non in situazioni gravissime, irreparabili. La tempestività è importante: è molto difficile trattare emicrania o cefalea cronica che persiste da 10-15 anni. Invece, se si è cronicizzata nel giro di un anno, il paziente entra in un nostro percorso riuscendo a rispondere meglio ai trattamenti.»

Ne soffrono anche i bambini?

«Sì, però essenzialmente in forma episodica. Negli ultimi anni abbiamo visto un aumento molto importante soprattutto nelle fasce scolari, elementari e medie, e soprattutto negli adolescenti. Una volta difficilmente veniva fatta una diagnosi di emicrania a un bambino, adesso sì».

Le più colpite dalla malattia sono le donne.

« Esatto, hanno una tipologia molto caratteristica di personalità ovvero continuano a lavorare e con gli stessi ritmi proprio in virtù dell’effetto rebound. Dal momento che la patologia non si vede, vogliono dimostrare di poter essere produttive come gli altri in modo da non essere giudicate. Questo è il pensiero di tutte le nostre donne. La poca sensibilità da parte di chi non soffre di mal di testa colpisce tantissimo le pazienti. Quando arrivano a 30-40 anni di malattia poi però crollano perché psicologicamente ed emotivamente hanno mantenuto per tanto tempo il loro ruolo lavorativo, famigliare e sociale cercando di non far vedere agli altri questa fragilità».

Può farci qualche esempio?

«Di recente ho ricoverato due pazienti che soffrono di mal di testa da 45 anni, entrambe con Èun utilizzo di farmaci altissimo. Per buona parte della loro vita hanno continuato a lavorare, tutti i giorni, prendendo al limite qualche giorno di riposo a casa. Sono arrivate dicendo “mi faccia entrare in ricovero per almeno 2 settimane che così mi ricarico e poi riparto”. Questo è lo spirito. Ed è assurdo perché noi vorremmo tutelare queste donne in ben altro modo. Arrivano qui disperate poi, però, davanti agli altri hanno il sorriso». —