Azienda agricola tra Nonantola e Ravarino: «Ora è tutto distrutto e ricomincio da capo»

Tra Nonantola e Ravarino il fondo di Vittorino Tessari è stato spazzato da raffiche di vento che hanno distrutto e messo in ginocchio la vigna 

Vittorino Tessari è arrivato dalla provincia veronese nel 1985. Agricoltori da molte generazioni lui e la sua famiglia trovarono a La Grande, a pochi metri dal confine con Ravarino, un’azienda agricola che aveva tutto quello che desideravano.

Dopo la bufera tra sabato e domenica notte quel sogno e trentacinque anni di lavoro in via Guazzadora sono in frantumi. Rami spezzati ovunque, molte parti della vigna sono state piegate e, quel che è peggio, la parte iniziale che si è trovata ad affrontare la furia di raffiche di vento che hanno superato i 90 km all’ora è stata atterrata. I pali hanno ceduto e ora Tessari si trova a fare i conti con un’emergenza dopo l’altra.


«Grandinate ne abbiamo viste, le abbiamo superate - dice cupo - Io sono ottimista di carattere ma una furia del genere non l’avevo mai vista. Una tempesta in piena regola e con la vigna messa in questa maniera non si può neppure entrare dentro con i mezzi per fare qualche trattamento. Se tutto resta a terra la peronospora non sarà trattenuta da niente e dilagherà su tutta la superficie coltivata. Adesso ho completamente perduto un ettaro coltivato a lambrusco. Ma ce ne sono altri cinque che sono a rischio e in gioco è il raccolto di un anno. Bisognerà rimettere mano al più presto a ogni tralcio, trovare la manodopera e rialzarsi. Come se non bastasse anche il pereto è ridotto a niente. Anche qui zero raccolto».

Lucido e determinato Vittorino guarda tra i campi e resta con il telefono a portata di mano. In queste ore sta contattando chiunque possa dargli una mano, sulla terra e con la burocrazia.

«Non ho mai fatto assicurazioni - aggiunge - Non ho risarcimenti di nessun tipo. Ora sentirò cosa mi diranno le associazioni agricole, se ci sono dei sussidi per le calamità, quali sono le procedure da seguire in questi casi. Io ce la metterò tutta, non butto la spugna. Ma colpi del genere sono micidiali. Il mio timore, anzi una quasi certezza, è che con il clima cambiato eventi del genere potrebbero tornare a ripetersi». L’obbiettivo numero uno è dunque quello di salvare il salvabile del raccolto. Sulla carta la media è quella di 200 quintali di uva per ogni ettaro, seguendo il disciplinare previsto per il lambrusco. Ma pensare oggi, guardando le foglie a terra e i rami spezzati ovunque, a una tonnellata di buona uva da lambrusco da raccogliere di qui a due mesi è pura fantasia. L’ottimismo della volontà a Tessari non manca.Della campagna modenese si è innamorato e ci è rimasto anche per amore, mettendo su famiglia. «Cosa farò adesso? Mi rimetto al lavoro» conclude con un sospiro. —