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Il comandante “Reggia” appende la cloche «Ho visto mezzo mondo, nulla batte Modena»

Per Roberto Reggianini l’ultimo volo il 7 marzo verso Cuba. Al rientro il lockdown e poi la pensione: «Tornassi indietro, rifarei tutto» 

MODENA Ha visitato «il 60% del globo» e considera «Modena la città più bella del mondo». Attraversato emergenze con professionalità e il sorriso.

Insegnato a bombardare e imparato a commuoversi alle elementari. Da maggio è in pensione e non vuole rassegnarsi all’idea di smettere di volare o di continuare lontano dalla Ghirlandina. Come non s’è arreso all’istruttore che gli disse: «questo mestiere non fa per te». Perché lui, Roberto Reggianini detto “Reggia” ha affrontato il volo come «pura passione».


L’ultima tratta è stata un Malpensa-Avana del 7 marzo con rientro in Italia due giorni dopo. «Un volo regolare, senza alcun problema» da un punto di vista tecnico. Un potenziale focolaio perché «alcuni passeggeri erano positivi al virus». Così il pilota modenese è rimasto a terra «per motivi di sicurezza». Il 5 maggio è arrivato il fatidico giorno della pensione «senza nemmeno un’ultima foto con l’equipaggio».

Di equipaggi ne ha conosciuti tanti, civili e militari. Ha mantenuto uno spirito di squadra… sin dalla squadriglia scout «Leoni a San Faustino». Anche allora guardava il cielo sognando. Mariano Campanelli, un compagno scout, gli donò un apparecchio di cui custodisce la foto come un tesoro: «Una scatola di latta con due transistor per sentire gli aerei in volo».

Gli stessi aerei su cui sognava di viaggiare e su cui salì per la prima volta nel febbraio 1967, «il giorno di Modena-Novara». Non c’era già stato un «piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità» dello sbarco sulla Luna. Quel volo fu però l’episodio che lo spinse ancor di più a non mollare mai, dedicandosi alla passione «in toto» sulla scia dell’aviatore modenese Fulvio Setti.

Diplomato al Tassoni con 44 sessantesimi, visse «un’estate di fuoco» tra matematica e inglese per l’esame di ammissione. Su tremila domande, centoventi sarebbero entrati all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Il modenese era tra loro. La convocazione arrivò a casa Reggianini insieme a una proposta di colloquio con una banca. «Non c’è proprio dubbio» disse al padre. Scelse l’Accademia.

Le prime missioni avrebbero determinato esclusioni e rinunce. In quella fase il consiglio rivolto da un istruttore. Reggianini disse di no e passò agli ordini di «papà Giani», l’istruttore che lo formò. Alla fine del corso, Reggianini fu secondo. Dopo un passaggio con «le Pantere Nere» nella base trevigiana di Istrana, lo Stato Maggiore lo scelse per la struttura di addestramento inglese dei Tornado a Cottesmore. Tre le nazionalità rappresentate: Regno Unito, Germania e Italia.

Anni indimenticabili, immortalati nel libro The Tornado Years di David Herriot, che dedicò una sezione al modenese. Istruiva i piloti ad «apprendere senza fare crollare le loro abilità». Volò con i Blades, gli acrobati dell’aria inglese. Arrivato ai vertici militari nelle missioni in Iraq e nei Balcani, decise di dire basta. E divenne pilota di linea.

In veste civile, è rimasto fedele al motto britannico: «Lo standard è sicurezza». Così si può «trasmettere serenità e sicurezza» all’equipaggio anche quando per un guasto «c’era olio idraulico su tutto l’aeroplano» e i passeggeri lo hanno scoperto dopo l’atterraggio. La freddezza mantenuta «con la forza di combattere il proprio istinto» anche quando una manovra sugli aerei militari non andava come sperato. Tra un volo e l’altro, ha apprezzato molto Buenos Aires perché «una capitale all’antica». S’è stupito all’accoglienza festosa a Nose By (Madagascar) con spruzzi d’acqua. È stato accolto in trionfo dalla stampa lituana a Vilnius «perché eravamo il primo grande aereo che atterrava». Nessun luogo però batte Modena. La stessa città che non vuole abbandonare, pur con offerte allettanti per guidare aerei privati e dirigere scuole di volo. Tornasse indietro, non avrebbe dubbi: «Rifarei tutto». —

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