Modena L’hard disk si “divora” migliaia di foto d’archivio e restituisce una... mostra

Esposizione nata da un incidente tecnico per il fotografo Gigi Ottani "Mi sono ritrovato 600 scatti frammentati del tutto diversi"

Michele Fuoco

Circa 80 mila fotografie, parzialmente perdute, nel 2008, per un improvviso crash di un Hard Disk da 2 TB. Un fatto raccapricciante per Luigi Ottani, perché quelle immagini rappresentavano il lavoro di decenni. «Mi ero sempre proposto di farne una copia, mai realizzata. Tutte immagini legate alle mie pubblicazioni – dice il fotografo, con particolare vocazione al reportage sociale – ma pure ai lavori di architettura, moda e pubblicità, agli eventi di varia natura. La rottura del controller del disco aveva modificato irreversibilmente le logiche di indicizzazione dei files, conferendo alle immagini un altro aspetto. Ho dovuto, per un certo periodo, rintracciare presso tante persone ciò che avevo loro consegnato, per rifare l’archivio. Così una parte dell’archivio l’ho perduta per sempre, l’altra metà l’ho recuperata anche attraverso vari programmi al computer. Ma in mezzo, in una sorta di “limbo”, ho trovato oltre 600 scatti, come immagini frammentate, che ho stampato nel formato di cm 50x50. Tra queste ne ho scelte 24, poste su un supporto di alluminio. C’è pure un video con 150 foto».


E’ la mostra, dal titolo “Corrotti // crash creativo”, a cura di Roberta Biagiarelli e Babelia & C Progetti Culturali, che viene presentata, fino a domani sera, ad Ago Modena Fabbriche Culturali, in largo Sant’Agostino. Delle foto originarie è rimasto ben poco, se non nulla. Rari gli aspetti figurativi: una mano che pare suonare una chitarra, di un uomo è rimasta solo la canottiera, un oscuro e deformato viso di un personaggio che fa parte del libro sul quartiere Braida a Sassuolo, una sorprendente Ghirlandina che si fonde con il Duomo e un palazzo… In verità Ottani, cambiando i sistemi operativi, è riuscito a rintracciare, molto in piccolo, le immagini originarie. Ma quelle in mostra costituiscono ciò che resta della distruzione dell’hardware. Al visitatore si offrono frammentate, tutte da esplorare negli infiniti pixel. Segni puri e una polifonia cromatica determinano, in una articolazione di intrecci e trame composizioni di particolare ingegnosità e disarmante candore. In queste opere pare scoprire come l’arte possa essere qualcosa che nasce dalla sua consumazione. Talvolta l’immagine assume la dimensione di un astrattismo geometrico, altre volte si connota di macchie di colori, liberamene unite dalla fantasia, quasi a recare gli aspetti essenziali, inafferrabili della diversa umanità, colorita, animata, da cui Luigi è attratto, anche e soprattutto quando la affida alla macchina fotografica. È il caso, o qualche complesso algoritmo, a conferire nuovi aspetti e significati alle immagini tendenti anche al flusso dei sentimenti e della memoria e portate fuori dalla comune misura, ad un processo provocatorio di risoluta rottura delle sfera convenzione. Quella rottura praticata da diversi artisti d’avanguardia: da Man Ray, capace di impressionare direttamente la pellicola fotografica senza l’ausilio della relativa macchina, a Duchamp, da Picabia a Richter…