La Ferrari in rosa. «Se parli di soldi gli uomini capiscono: così io combatto il gap salariale»

Véronique Goy Veenhuys racconta la sua lotta per la parità consegnando alla Ferrari la certificazione Equal-Salary

A Maranello, tra le donne della Ferrari: "Il mondo dei motori non è solo per uomini"

MODENA «È giusto che un uomo prenda cento euro e una donna settanta o ottanta pur facendo lo stesso lavoro nella stessa azienda? Se parli di soldi, ti capiscono tutti. Se parli di pari opportunità, no». Véronique Goy Veenhuys sorride mentre, nel suo fluente italiano, spiega perché un giorno ha arruolato il dio Denaro in una battaglia per i diritti (non solo) delle donne.



Chi non vorrebbe uno stipendio «equo»? Lei, brillante e simpatica «imprenditrice sociale» svizzera che rivendica orgogliosa le origini modenesi e la “sua” zuppa inglese imbevuta solo nell’Alchermes e servita a figli (due) e nipoti (cinque), esattamente questo fa: verifica e certifica, con metodologia «scientifica» e «indipendente» e auditor di fama mondiale, se un’azienda paga in modo «equo» i suoi dipendenti uomini e donne.

Già, Goy Veenhuys è la fondatrice di Equal-Salary: una Fondazione no profit che - combattendo concretamente quel 20% di differenza media che ancor oggi c’è, su scala mondiale, tra lo stipendio di un uomo e di un donna a parità di mansioni - rilascia un “timbro” solo alle aziende dove viene rispettato il principio “equal pay for equal work”. Stessa paga per stesso lavoro.



In Italia, nonostante il divario salariale di genere stia peggiorando, la Fondazione - che ha come partner la Confederazione elvetica e i due colossi mondiali Société Générale de Surveillance e PricewaterhouseCooper - è pressoché sconosciuta.

Un varco, però, si è aperto: la Ferrari ha chiamato, si è messa sotto esame, l’ha superato. E così Véronique è arrivata a Maranello per consegnare di persona la certificazione Equal-Salary. La prima a un’azienda tricolore: «Un’enorme soddisfazione perché, sin da bambina, per me il Cavallino è un mito. Mia mamma è di Montefiorino e io dico sempre che vengo dalla terra dei tortellini e della Ferrari».



Goy Veenhuys, quand’è che ha avuto l’idea di combattere la disparità di genere “seguendo” la pista dei soldi?

«Ho una laurea in Economia, sono stata una lavoratrice dipendente, ma quando sono diventata mamma ho deciso di fare l’imprenditrice. Volevo conciliare le soddisfazioni professionali con quelle private. A un certo punto, ho sentito il bisogno di nuovi stimoli...».

Quindi?

«Mi sono iscritta a un master in business administration. Durava due anni e, al termine, bisognava preparare un progetto per ottenere il diploma. Al tempo, una quindicina di anni fa, la disparità retributiva tra uomo e donna era un leit-motiv. Se ne parlava tanto, le statistiche dimostravano quanto la questione fosse seria, ma non si risolveva nulla. E così mi sono detta: “Come faccio a superare questo problema? Il denaro è una questione fondamentale in un percorso di uguaglianza perché, ci piaccia o meno, è da quello che siamo valutati”. La soluzione, e ancor prima la ricerca della soluzione, è diventata l’oggetto dello studio per il diploma».

Come l’è venuta l’idea della certificazione?

«Già allora c’erano imprese che assicuravano di non discriminare uomini e donne. Volevo credere che fossero sincere. Ma mi sembravano come Napoleone che si autoproclamò imperatore. Serviva una certificazione esterna, imparziale, e ancor prima una metodologia scientifica che non c’era».

Non c’era?

«Lo so, sembra strano, ma è così. Mi sono messa al lavoro, ho cercato i partner più autorevoli sia per l’elaborazione del modello sia per i finanziamenti. Poi è successa una cosa molto buffa...».

Quale?

«Il giorno prima che mi presentassi davanti alla commissione d’esame mi è arrivata la conferma della tranche iniziale di finanziamenti da parte della Confederazione elvetica a cui mi ero rivolta. Così, quando sono entrata nella stanza dove c’erano i professori del master, mi sentivo come “la ragazza da un milione di dollari”... Avevo con me l’Università di Ginevra, la cui competenza aveva fatto giurisprudenza al tribunale federale, e la Sgs. E avevo ricevuto il supporto finanziario dello Stato svizzero con l’ufficio federale delle pari opportunità. Quei partner erano fondamentali. Assicuravano molta credibilità al mio progetto. Molta serietà. Molta competenza».

Promossa con il massimo dei voti?

«Sì».

Passi successivi?

«Cinque anni per sviluppare la metodologia e fare un test pilota: un ciclo di valutazioni che ha interessato sette aziende. Poi abbiamo creato la piattaforma online di cui ci serviamo e, nel 2010, la Fondazione Equal-Salary».

L’ha fondata e ne ha assunto la guida.

«In realtà a me interessava sviluppare il progetto. Ma tutti i partner mi dicevano: “Sei tu che devi promuoverlo, sei tu che devi gestire la Fondazione”».

Questa certificazione è stata riconosciuta?

«Sì, nel 2014, la certificazione è stata riconosciuta dalla Commissione europea, in quanto unica per l’equal pay in tutta Europa. Lo so, anche questo è strano, ma è così».

Chi può rivolgersi all’Equal-Salary? E chi si è rivolto in questi anni?

«Abbiamo studiato una metodologia inclusiva. Chiunque può chiedere la certificazione purché abbia almeno 50 dipendenti e, tra questi, almeno 10 donne. Tra le aziende certificate c’è un po’ di tutto: la chiesa protestante, il Global Fund, gli enti pubblici, la multinazionale Philip Morris...».

Ha bussato nel 2015, vero?

«Sì, come Philip Morris Svizzera. Poi la multinazionale ha deciso di farsi certificare su scala mondiale. Abbiamo fatto il test pilota in Giappone... Ricordo ancora che, alla consegna, c’era un rappresentante dell’ufficio del primo ministro».

Ma perché un’azienda si rivolge a voi?

«C’è sempre un motivo preciso. In Svizzera, ad esempio, se vuoi accedere al mercato pubblico che vale 44 miliardi di franchi, devi garantire la parità salariale: ci sono controlli, diverse aziende non vogliono rischiare».

Un altro anno chiave è il 2017. PwC entra come principale «audit partner».

«Un passaggio molto importante per noi. PwC è uno dei quattro leader mondiali nel controllo: è garanzia di qualità. Ma è anche un’altra cosa: se PwC sale a bordo di un’iniziativa, significa che ci crede, e che quindi il business è qui».

Un messaggio “forte” sul mercato.

«Esattamente. Noi dobbiamo arrivare, ce l’ho chiaro sin dall’inizio, a un punto di rottura: quando ci sarà un numero sufficientemente alto di aziende certificate, le altre dovranno fare altrettanto... Ma ci vogliono grandi sforzi».

Le difficoltà principali?

«Le statistiche da anni dicono in modo chiaro che le donne, a parità di mansione, sono pagate di meno. Ma, mentre la stragrande maggioranza delle donne ne è consapevole, solo il 34% degli uomini lo è. Il 76% nemmeno percepisce il problema, e quindi come può risolverlo? Solo che il 95% dei 500 ceo più potenti del mondo, secondo Fortune, sono uomini. E la decisione sull’Equal-Salary è una decisione del ceo...».

Il cane che si morde la coda. Ma quali sono i costi della certificazione? Può essere questo un problema?

«I costi dipendono dalle dimensioni ma sono totalmente nelle capacità finanziarie di qualsiasi azienda. Il punto è un altro: chiedere una certificazione sull’equità dei salari comporta un rischio. Se troviamo un gap superiore al 5%, la nostra soglia di tolleranza iniziale, non rilasciamo quella certificazione. Ma, intanto, in azienda, tutti sanno che il processo è avviato. E il ceo, a quel punto, che fa? Aggiustare le cose significa spendere: i costi veri sono quelli. Lo dico sempre: le aziende che si rivolgono a noi, uscendo dalla comfort zone, sono coraggiose».

Ferrari è la prima azienda italiana Equal-Salary. Da quando l’avete annunciato a luglio, qualcosa è successo?

«Ferrari per noi è davvero molto speciale. È la prima in Italia ed è la prima nel suo settore. Quando ha iniziato a comunicare ciò che ha fatto, ha generato un “Me too” in positivo. Da luglio abbiamo già ricevuto una dozzina di richieste».

Da quali aziende italiane?

«Sono aziende di settori diversi. Si va dalla grande distribuzione al fabbricante di prodotti elettronici al big dell’energia».

Domanda pro domo mea. I media si sono mossi?

«Aspettiamo ancora la prima company... E meno male che ci sono le donne nei media, e i giovani, perché molti giornalisti più vecchi continuano a dirci: “Ma basta, non se ne può più, non è vero...”».

Eppure è proprio un uomo, Jérôme Frachebourg, che sul sito della Fondazione colpisce dritto il bersaglio, sparando a bruciapelo: “È logico dare meno soldi a tua figlia che a tuo figlio?”.

«Jérôme, che fa parte del board, è fantastico. E ha tre figli maschi...». —