Modena. I dieci “ragazzi terribili” che occupano da vent’anni la panchina dell’amicizia

Gianni il “Presidente” e Giuseppe hanno ideato un ritrovo quotidiano all’aperto Dal 2001 il gruppo di ex sanpietrini dai 69 ai 90 anni è ospite fisso sui Viali

MODENA La mamma di Gianfranco lavorava in fonderia. Tante ore al giorno. E allora... «La portinaia, dopo avermi fatto da mangiare, mi mandava in San Pietro». Gianfranco Sacchi, «quasi mezzo secolo nei trasporti» e ottantadue primavere sulle spalle, non lo zittisci neppure se lo imbavagli con una mascherina rinforzata. «Una volta al mese organizziamo un pranzo. Prima era una cena. Adesso però trovarsi alla sera diventa un po’ faticoso e... dove ho messo il foglietto... ah, sta qua. Mi sono scritto due appuntini. Dicevo i pranzi...».

Modena, sulla panchina con i "ragazzi terribili" di San Pietro



Zack! Dalle retrovie della panchina una voce trancia la lingua a Gianfranco. Qui la favella non difetta ad alcuno. «Suvvia, che gliene importa dei pranzi! Sacchi vi sa pure dire quanto abbiamo speso. Racconta piuttosto dei campi in montagna con i preti. Ti sarai mica dimenticato la messa sotto le stelle della notte di Natale?». Figurarsi se Gianfranco si è scordato le escursioni in quota con le braghette corte.

Nel frattempo Daniele Ronzoni, figlio dell’organista storico di San Pietro – «io, distratto, gli giravo le pagine e lui mi riprendeva perché guardavo sempre giù» – contempla ancora una volta le vette della propria infanzia. Daniele, 69 anni, è il “piccolo” del gruppo. Il più alto però. Un perticone sin da giovanissimo. «Tanto che don Angelo mi chiamava anima lunga. Una mattina mi vide preoccupato. Avevo il compito in classe di latino. Lui volle darmi la sua benedizione. Presi 4. Da allora...». Anima lunga rifuggì qualsivoglia gesto benedicente.

Fosse dispensato da don Angelo, don Ugo o da un allora imberbe don Gregorio. Colui cioè che dell’abbazia di San Pietro sarà leggendario parroco sino al 2004. E che ancora oggi, con sandali e calzini, “sfreccia” in sella al suo scooter incurante del clima.

Nonostante sia sempre fonte di stupore, commozione, persino sgomento, passeggiare in punta di piedi nella vita altrui, capitano di rado incontri così intensi. Nel momento in cui il passato di una decina di ex “sanpietrini” dai 69 ai 90 anni (con qualche “infiltrato” d’eccezione) ti viene offerto su un piatto d’argento, beh, non puoi che sentirti grato. Un distillato di ricordi balsamici che addolcisce il presente, diverte e dona speranza per il domani.

Succede in un pomeriggio d’autunno. Il tepore della coda dell’estate ci stringe attorno a una panchina. Mica una panchina qualunque. Lei se ne sta placida all’angolo, dove via Selmi incrocia viale delle Rimembranze. E che rimembranze! Ai suoi piedi una distesa di ghiaietto ben curato. «L’ha messo giù questo pezzo d’uomo qua. Il mio figliolone» precisa Filiberto (detto Filippo, detto Pippo) che ha girato mezzo mondo in veste di dirigente Eni.

Per poi tornare a Modena dopo venticinque anni conscio di «rompere le scatole ogni giorno» ai suoi ritrovati amici. «Ci tormenta sempre. Vuole sapere che diamine è successo nel lungo periodo in cui si è dato alla macchia» commenta il suo “figliolone”, al secolo Marco Giovanardi, paladino imperituro del dialetto modenese. «È la nostra bibbia, punto». Quindi, con piglio fiero: «Certo che ho messo giù io il ghiaietto. Altrimenti quando piove sai che fanghiglia».

E sia mai che il “Circolo ricreativo culturale la panchina” diventi un pantano. Appassionato di musica lirica e amante del racconto storico – «in tal loco, alla fine del Quattrocento, si riunivano i padri benedettini che, al pari nostro, parlavano di tutto un po’» – è invece l’infiltrato Paolo Baccarini (cognato di Sacchi viene dalla parrocchia di Sant’Agostino). Che rivendica la paternità del nome dell’inusuale circolo all’aperto.

«Però quando viene freddo ci rifugiamo dal nostro esimio artista, Gianni Valbonesi. Lui abita a cento metri da qui. Ci ospita pure nella sua casa in montagna. Già, è stato proprio un ottimo acquisto», ammette sornione il buon Gianfranco, a ’sto giro in missione per conto del compianto Giuseppe Baldini. «Scrivete nome e cognome per favore. La moglie ne sarà felice».

In tandem con Gianni Righi, alias “il presidente”, fu proprio Giuseppe il primo fautore dell’ormai quotidiana reunion in panchina. Correva l’anno 2001. «Io sono l’ultimo arrivato». Aiuto, chi parla ora? È Lanfranco Federzoni, commerciante molto conosciuto in città. Nel 1993 lui e la moglie ebbero la brillante idea di aprire un negozio a Lefkada, isola greca poco avvezza al turismo.

L’avventura si concluse dopo poco più di un lustro. «Furono anni indimenticabili» chiosa Lanfranco. Guarda dunque i suoi amici e quasi ci scappa la lacrimuccia. «Vengo da una famiglia agnostica, sono il peccatore che non ha mai messo piede in chiesa» confessa per nulla pentito. Federzoni è un po’ “faccia da sberle”, il bello del gruppo per intenderci. «Sono irriverente nei confronti della loro venerazione all’indirizzo di San Pietro. Però li adoro, nessuno escluso. Mi ritengo vittima consapevole di un incantesimo. Non si può restare immuni all’amore che sprigionano i loro occhi. Ragazzine in parrocchia? Nemmeno in sogno. Tutti omosessuali ‘sti bei tomi».

Incassano senza battere ciglio gli ex sanpietrini. Lazzi, battute, finte offese, vera sintonia, reciproca comprensione... nulla di nuovo all’orizzonte. Senonché il panorama più sorprendente ce lo regala Sydney. E scordatevi la città australiana capitale del Nuovo Galles del sud (anche se il legame esiste). Lui è il decano del gruppo: Enore Sydney Eutropio. Sydney è notevole. Già il nome. Ma in primis per quel suo aspetto gagliardo, peraltro signorilissimo, che riduce di almeno un terzo la sua importante età. Che lui per pudore tace sebbene ognuno dei presenti ne abbia contezza e rispetto.

L’inverosimile accade, però, quando il fu deus ex machina dell’Archivio Notarile di Modena allunga lo sguardo sul nostro block notes. «Calligrafia interessante» commenta Eutropio. Quindi, con una frase fulminea, mette a nudo la nostra anima. Sbigottiti, non ci resta che l’ultimo appello. Baccarini, Eutropio, Federzoni... contiamo sino a nove. Ne manca uno, il “silente” Mauro Montanari. Che un po’ in disparte centellina pacato le parole, perle preziose di una collana di ricordi condivisi. Paludato nella sua informale eleganza color sabbia, Montanari ci guarda con occhi umidi, un po’ velati. Occhi custodi di sessant’anni di amicizia. —