Modena. «La rivoluzione Covid: mette in scacco le difese innate dell’uomo»

Giuliani (psicologa Ausl): «Abbassiamo la guardia con familiari, amici e colleghi perché non siamo programmati per vederli come una minaccia per noi stessi»



«Il Covid è una rivoluzione perché attacca le nostre basi biologiche, psicologiche e sociali». La dottoressa Cecilia Giuliani, psicologa psicoterapeuta del centro di psicologia clinica adulti dell’Ausl, dipinge uno scenario preciso di come la popolazione stia vivendo il ritorno del virus. Un nemico invisibile, che nella sua specificità trova la forza per mettere in difficoltà l’uomo che è programmato secondo altri schemi. Perché tendiamo ad abbassare la guardia - e in questo caso la mascherina - di fronte a familiari e amici? «Dal punto di vista biologico – spiega la dottoressa Giuliani - il nostro sistema è programmato per rilevare la minaccia in tutto ciò che è ignoto e sconosciuto. L’estraneo per il nostro cervello emotivo, diciamo per la nostra centralina interna che si occupa della nostra protezione, è un potenziale pericolo. Siamo programmati così». Un atteggiamento che viene insegnato anche ai bambini: «“Non prendere la caramella dallo sconosciuto”, diciamo ai nostri figli». La dottoressa Giuliani evidenzia come sia per noi naturale «associare il senso di sicurezza, la vicinanza e il contatto fisico con le persone note. I familiari in primis». Nella schiera di chi identifichiamo come sicuri rientrano anche i colleghi di lavoro: «Persone che vediamo ogni giorno e che non rileviamo come minaccia. Il virus va ad attaccare i nostri schemi innati di percezione della minaccia. E cambiare quei sistemi è molto difficile, è una grande sfida. Anche per un’altra caratteristica del contagio: non è istantaneo». Un esempio chiarisce il concetto: «Se un cibo ci fa star male sviluppiamo una “avversione appresa” verso quell’alimento. Il Covid non funziona così. Il feedback negativo, cioè il contagio, è lento e incerto. Non è che se mi vedo con un amico da cui contraggo il virus ho subito l’esito di quell’incontro». Eppure l’uomo senza l’uomo non sa stare: «Abbiamo bisogno di appartenenza, di essere parte di un gruppo. Anche questo è un sano bisogno che viene messo a dura prova dal virus».


E sono più i giovani a percepire con forza questa propensione verso l’altro: «Il bisogno di appartenenza è più forte dalla preadolescenza fino all’età del giovane adulto. Se chi rientra in queste fasce di età “sgarra” un po’ di più non è perché sia incosciente o irresponsabile. Non accetto tale definizione». E allora che fare? «Occorre promuovere comportamenti cooperativi e responsabili. Se chiediamo ai nostri ragazzi di non vedersi e di non avere scambi attacchiamo il loro bisogno di appartenenza. Dobbiamo stimolarli a trovare forme alternative al contatto fisico, per poter comunque stare insieme e favorire la collaborazione».

Di fronte alle restrizioni del governo, si è avvertita anche rabbia: «Chi crede nell’esistenza del virus e lo ritiene una minaccia per la salute prova preoccupazione: fa più attenzione e compie uno sforzo con impegno per modificare il proprio comportamento e adeguarsi alle norme. Un soggetto, invece, che ritiene il virus una fantasia o un complotto prova rabbia. La rabbia porta ugualmente alla difesa, ma con comportamenti che sfociano nell’ostilità e nell’opposizione verso quello che mi viene suggerito o imposto come norma». —

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