Modena. Traffico di nulla osta falsificati per immigrati: 6 anni di carcere

Tutti prescritti, unico condannato il capo di una cooperativa in piazza Cittadella Stampava documenti con timbri-truffa per kit di lavoro pagati migliaia di euro



Sei anni di carcere: undici anni dopo i fatti, la condanna del Tribunale di Modena ha colpito l’unico imputato rimasto dei sei arrestati e 40 denunciati per il più clamoroso caso di falsificazione di documenti e timbri per i kit di regolarizzazione degli immigrati in base alla Sanatoria. Una vicenda che coinvolse anche un funzionario postale di Reggio e il direttore dell’ufficio postale di Montecchio, accusati di favorire la spedizione dei documenti falsi. Di tutte queste persone indagate inizialmente dalla Procura di Campobasso, dove venne scoperta e denunciata la clamorosa truffa, era rimasto solo G.L., un informatico reggiano di Salvaterra che da anni abita a Modena città; il suo ex sodale e coimputato P.A.G, è nel frattempo morto. Grazie alle lungaggini della giustizia, tutti gli altri sono andati prescritti. A lui invece era ancora contestata l’imputazione per falsificazione di documenti finalizzata a favorire la permanenza d’immigrazione clandestina, quando era caduta l’accusa grave di associazione a delinquere. Al centro della truffa c’era la cooperativa San Giorgio, società di comodo creata a Carpi, motore della macchina delle carte false. Questa era collegata alla cooperativa La Corona che aveva gli uffici a Modena in piazza Cittadella ed era presieduta da G.L. In sostanza, secondo le indagini della Squadra Mobile di Reggio e della Procura di Modena, pm Claudia Natalini, venivano contattati gli immigrati che già si trovavano in Italia e che volevano far venire a lavorare da noi i loro parenti. Questi pagavano 2mila euro o più a pratica. Ricevevano la documentazione pronta dalle cooperative di Carpi e Modena dopo che era stato spedito il kit dalle poste alle autorità. Ma le testimonianze raccolte durante le indagini e rilasciate dagli stessi immigrati hanno svelato una realtà lontana da quella che si poteva immaginare: loro stessi erano le prime vittime di un meccanismo di truffa che spremeva una ingente quantità di denaro per una promessa tanto illegale quanto illusoria. Raccontavano infatti di aver spedito i documenti ai familiari ma ogni volta queste carte venivano fermate alle ambasciate o ai consolati perché risultavano false: false le firme, false le aziende disponibili all’assunzione, falsi i timbri. Infatti nessuno dei loro familiari è mai riuscito a venire in Italia. Non per questo non c’era il reato: il pm ha infatti ricordato che anche se venivano scoperti facilmente questi documenti falsi erano comunque un tentativo di favorire la permanenza in Italia di immigrati. E così ha ritenuto l’altro giorno che fosse anche il giudice condannando il presidente della cooperativa di piazza Cittadella, dove stampava i documenti e i falsi nulla osta (aiutato anche dalla figlia che però ignorava cosa stava succedendo) in accordo con la cooperativa di Carpi che procurava il materiale e poi, una volta rifinito, lo dava ai funzionari postali per spedirlo.


In questo modo gli immigrati in Italia spendevano molti soldi per una pratica finta che non poteva avere successo perché compilata e firmata in modo talmente fantasioso da saltare all’occhio dei funzionari che avevano dimestichezza con firme e carte vere. A maggior ragione era chiaramente falso il nulla osta, il visto più difficile da ottenere. Si trattava di una attività seriale che nei suoi vari passaggi prevedeva pagamenti per i servizi. Un’organizzazione messa in piedi nel 2008 poco prima della Sanatoria. —