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Modena, cala l’età non la mortalità in Terapia intensiva

Primari stanchi in corsia. Girardis e Bertellini: «Rispetto a marzo vediamo più under 50. Il 30 per cento dei nostri pazienti non ce la fa»

MODENA. «A marzo abbiamo già vissuto un incubo. Nessun medico vuole vedere “ste robe qua”. Siamo molto stanchi e abbiamo bisogno che i cittadini se ne rendano conto. E non è una questione di professionalità, quella non manca mai, ma di forza emotiva per far fronte a questa situazione. Tutti devono partecipare alla riduzione della diffusione del contagio».

Il professor Massimo Girardis è il primario del reparto di Terapia intensiva del Policlinico e, dopo aver risposto alle domande dei giornalisti, si prende trenta secondi per lanciare un appello. Lo fa con profondo coinvolgimento, dettato dall’esperienza di un professionista che ogni giorno vede con i propri occhi cosa sia davvero il Covid 19. Un appello che spera sia utile anche per aiutare la sua equipe: «Noi gestivamo 10/12 posti letto di norma, ora siamo a 42. Ci stiamo dannando».

Modena il prof Girardis: "In terapia intensiva situazione critica: pazienti sempre più giovani"

Lo spirito, la vocazione nel curare i pazienti non viene mai meno, ma la forza è logorata da mesi di battaglie. Mesi in cui è mutato anche il profilo di chi viene ricoverato nel reparto di Rianimazione: «Come nella prima ondata – sottolinea Girardis – continuiamo a vedere pazienti di ogni età, a cambiare è stata l’età media: si è abbassata di dieci anni».

Un dato che la dottoressa Elisabetta Bertellini, primario dello stesso reparto ma all’ospedale di Baggiovara, chiarisce: «Vediamo pazienti più giovani, molto più giovani. Tanti non hanno nemmeno 50 anni. Sicuramente rispetto a marzo la media si è abbassata».

Modena, Terapia intensiva Bertellini: "Ecco cosa è cambiato tra la prima e la seconda ondata del Covid"

«La riduzione dell’età – continua il professor Girardis – è dovuta al fatto che gli anziani hanno imparato a proteggersi meglio, mentre alcuni adulti e alcuni giovani forse pensano di essere immuni». E poi la stoccata ai ragazzi: «Se non usate la mascherina e dite “Tanto non vado a trovare i nonni” non è sufficiente. Non funziona così. Dovete considerare che tutti i contagiati portano un determinato numero di persone in ospedale. E ogni volta che a causa del Covid 19 siamo costretti a “rubare” spazi o reparti, si riduce la possibilità di curare altre malattie. Poi forse è vero che i giovani si ammalano meno, ma sono straordinari vettori della malattia».

Una malattia che in Rianimazione vede i casi più critici: «L’esperienza vissuta a marzo – prosegue Bertellini – ci aiuta dal punto di vista clinico, poiché conosciamo meglio la malattia e di conseguenza i trattamenti». Ciò non toglie che il Covid uccide. Non va mai dimenticato: «Il tasso di mortalità è rimasto identico – precise Girardis – ed è del 30 per cento per chi arriva in Terapia intensiva».

Al dolore si aggiunge l’esperienza traumatica che si vive in quei reparti: «Nei pazienti vediamo lo spavento e la paura. Si viene strappati agli affetti familiari - dice Bertellini - Vediamo il terrore di chi da un momento all’altro fatica a respirare, sente il fiato venire meno. E allora tocca a noi stare loro vicini, cercare di sostituirci agli affetti dei loro cari tentando di far sentire affetto e vicinanza».

La cura intesa non solo come terapia ma anche come empatia. Anche questo si fa nei reparti più delicati e critici per combattere il Covid 19. «Stiamo per raggiungere il picco di marzo come numeri – precisa il professor Girardis – Allora eravamo sui 66 pazienti, ad oggi siamo a 55». Ma si tratta di un numero in continua evoluzione perché in media entrano due pazienti al giorno e allora le strutture ospedaliere devono cambiare e modularsi: «Stiamo allestendo spazi nell’area di sub-intensiva ma anche nei blocchi operatori». Detto questo Bertellini spiega che per ora «anche le emergenze non Covid vengono pienamente coperte. E soprattutto sono trattate in zone completamente separate e sicure».

Per quanto concerne il personale, la situazione è buona: «A marzo abbiamo avuto la possibilità di assumere tanti medici giovani, non ancora specialisti. Sono stati di grande aiuto durante la prima ondata e lo sono anche in questa seconda fase della malattia. È un personale responsabile, preparato e molto motivato, anche se indubbiamente sta risentendo della stanchezza fisica e psicologica accumulata nei mesi di impegno. Ciò non porta, però, a modificare l’attegguamento di impegno nei confronti dei nostri pazienti», conclude Bertellini.

Riagganciandosi a quello che il collega aveva già sottolineato. Il Covid uccide, ma al contempo logora la forza dei professionisti che ormai da mesi lo combattono in prima linea. —

GIB

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