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Zocca.La ricostruzione/  Maltrattamenti nella casa anziani: 4 arresti. Ecco perchè

Ai domiciliari la titolare e 3 inservienti che avevano aperto un’attività abusiva con 7 “ospiti” nell’hotel di Monteombraro

ZOCCA Maltrattamenti fisici, derisione e vessazioni psicologiche per gli “ospiti” ultraottantenni, attività socio-sanitarie e terapie senza autorizzazione, omissione di soccorso per un 83enne grave, esercizio abusivo di attività per la casa famiglia per anziani.

Quattro persone – la titolare e tre inservienti – da ieri sono agli arresti domiciliari e una è indagata per le drammatiche vicende della “Casa famiglia Nino Aurelia” di Bazzano trasferita a Monteombraro di Zocca all’interno dell’Hotel Regina. Le accuse sono pesanti, come emerge dall’ordinanza del Tribunale di Bologna per le misure cautelari chieste dal pm Manuela Cavallo, eseguite ieri mattina. E presto, quando saranno terminati gli interrogatori di garanzia, si potranno distinguere eventuali responsabilità: si tratta della titolare Aurelia Dragomir, 56 anni, e delle sorelle sue assistenti: Antonella, Luana e Natascia Marchese.



Come emerso ieri, l’operazione dei Nas di Bologna condotta dal comandante Umberto Geri con l’aiuto dei carabinieri di Modena e Bazzano, si è sviluppata proprio intorno all’hotel di Monteombraro dove il 22 luglio scorso avvenne un primo clamoroso blitz terminato con la chiusura dell’attività abusiva della casa famiglia, con un’ordinanza consegnata direttamente dal sindaco di Zocca, e il trasferimento di sette “assistiti” dalla struttura per anziani risultata priva di ogni autorizzazione in quell’ambiente improvvisato e defilato. Un escamotage, per gli investigatori. Tanto che neppure il titolare dell’hotel si sarebbe accorto di cosa avveniva nelle stanze affittate ai pensionati e alle donne al loro seguito.



Ad avviare l’inchiesta è stato il caso di un pensionato 83enne che si trovava nella struttura originaria, Casa famiglia Nino Aurelia di Bazzano, sempre gestita da Aurelia Dragomir. Ed è proprio ciò che avveniva all’interno di quest’edificio, poi chiuso dalla titolare, che si concentra il cuore dell’indagine chiamata “Operazione Inferno”. L’83enne venne trasportato dal 118 in condizioni gravi all’ospedale di Bazzano. Il personale medico notò subito che aveva segni sul corpo riconducibili a possibili percosse o a maltrattamenti. Fu stilato un referto girato ai carabinieri di Bazzano che avviarono indagini e avvisarono il pm Cavallo, che mandò sul posto i Nas di Bologna. Nel frattempo l’anziano morì di cause naturali. Il figlio riferì poi agli investigatori che suo padre aveva più volte lamentato di essere stato picchiato e maltrattato e in effetti aveva visto segni di lividi sul corpo, ma la titolare lo aveva rassicurato. Il referto invece parlava di lesioni alla clavicola, lividi alle caviglie e ecchimosi in vari punti.



Gli investigatori hanno raccolto numerosi casi di maltrattamenti psicologici. Questi anziani ospiti affidati dai familiari alle cure della struttura venivano apostrofati in maniera dura e minacciosa. «Non ti do l’acqua se non ti metti a modo»: è la frase detta a un’anziana che sarebbe deceduta poco dopo. E ancora: «Ti metto il rubinetto in bocca poi lo apro e mi dici basta quando sei piena». «Devi morire!» «Se non mangi ti butto nel fiume!» e altre frasi simili sono state acquisite agli atti. Elementi da verificare, certo, ma che secondo la Procura delineano uno scenario lugubre. Una delle presunte vittime, ad esempio, è un anziano caduto dalla sedia a rotelle che viene preso a schiaffi sulla nuca, offeso sessualmente e minacciato. «Vedi che non ti sopporta nessuno e che fai schifo!», gli gridano. A una anziana che chiede aiuto le viene risposto: «Non vedi che non ti aiuta nessuno perché sei cattiva, così impari». Anche le tre sorelle assistenti, che risultano non in regola per l’attività lavorativa, sono accusate di aver ingiuriato e deriso alcuni ospiti chiamando «sporcaccioni» e «rimbambiti» ad alcuni assistiti. In un caso avrebbero schiaffeggiato una donna anziana durante la vestizione dandole della «imbecille». Si è venuto anche a sapere che l’11 febbraio, poco prima dell’epidemia, l’Ausl fece un sopralluogo arrivando alla conclusione che c’erano «dubbi sulla adeguatezza assistenziale della struttura».



Nel corso delle indagini sono state segnalate irregolarità organizzative e gestionali, soprattutto durante il lockdown. Emerge il quadro di un’attività socio-assistenziale che sarebbe stata priva di autorizzazioni e di terapie senza prescrizioni mediche ma somministrative di iniziativa personale. A questo proposito risulta indagato un uomo di Zocca di 70 anni. Tutto ciò sarebbe poi arrivato a replicarsi nella gestione improvvisata nell’albergo a Zocca, una volta chiusa Casa famiglia Nino Aurelia. —