Modena La Chiesa trasparente del vescovo Erio: potere, piacere, avere gli idoli da abbattere

Si intitola Benedetta povertà? il nuovo libro di Castellucci che affronta il tema del rapporto tra chiesa e denaro: «Dobbiamo fare attenzione a tutto  È capitato anche qui di dire di no a donazioni opache»

“Benedetta povertà? Provocazioni su chiesa e denaro” (Editrice missionaria italiana, pp. 96, euro 11, in libreria da domani) è un testo molto acuto e pertinente a firma di monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena, uno dei presuli italiani più ascoltati oggi dentro la chiesa cattolica. 
 
Erio Castellucci (Forlì, 1960) è arcivescovo di Modena-Nonantola dal 2015. Per diversi anni ha insegnato teologia alla Facoltà teologica dell'Emilia Romagna a Bologna, di cui è stato preside dal 2005 al 2009. Conferenziere molto apprezzato, tiene incontri e predica esercizi spirituali in tutt’Italia. Con Emi ha pubblicato anche Solo con l’altro. Il cristianesimo, un’identità in relazione (2018). 
 
Fra i suoi testi ricordiamo La tua Parola mi fa vivere. Quattro passi con la Bibbia (Edb, 2017), La vita trasformata. Saggi di escatologia (Cittadella 2010), Annunciare Cristo alle genti. La missione dei cristiani nell’orizzonte del dialogo tra le religioni (Edb 2008). 
Alla vigilia dell pubblicazione del nuovo libro lo abbiamo incontrato per farci spiegare come è nato questo volume.

Don Erio, la povertà è benedetta?

«Sì, quando è scelta. No, quando è subita». Comincia dal titolo “Benedetta povertà?” l’intervista con l’arcivescovo di Modena e amministratore apostolico di Carpi, don Erio Castellucci. Un libro, quello che esce domani per Emi (Editrice Missionaria Italiana), che mette al centro, a partire dalla Sacra Scrittura, questo tema così delicato anche, se non a volte soprattutto, nella Chiesa.


Il libro sembra essere anche quello del suo personale rapporto con la povertà. Partiamo da qui?

«Sì, mi sono dato come motto quello dell’essenzialità. C’è una povertà di chi fa il voto di non possedere nulla, c’è quella di chi ha famiglia e deve mettere da parte ed essere previdente, poi c’è quella per preti e vescovi. È necessario quello che serve per svolgere il ministero, un po’ di previdenza ma prima di tutto l’essenzialità. Da quando sono qui a Modena, ormai cinque anni, cerco più l’essenzialità del tempo. Lo spazio in cui vivo, in corso Duomo, è abbastanza grande, ma non ho tanto tempo per viverci».

Perché ha scritto questo libro?Da dove traggono origine le sue considerazioni?

«In realtà me l’hanno chiesto a partire da un articolo che avevo scritto una decina di anni fa su padre Marella. Questo articolo è saltato agli occhi del direttore editoriale di Emi. In quel testo avevo già preso l’idea di papa Benedetto XVI della povertà da perseguire da un lato e da combattere dall’altro. Penso che dobbiamo trovare nella Scrittura le motivazioni principali della nostra fede».

C’è anche molto della “Chiesa povera per i poveri” di papa Francesco...

«Da una parte papa Francesco fa bene, come per gli scandali sessuali, a intervenire in modo deciso anche senza trattenere la pubblicità. Dobbiamo portare in trasparenza le cose che accadono. Da sempre, nel libro cito anche Giuda che teneva la cassa degli apostoli, nella Chiesa c’è il rischio di accumulare o usare male quello che abbiamo. È uno dei fronti su cui maggiormente si gioca la credibilità dei cristiani. Non si tratta di fare del pauperismo ma l’essenzialità e l’uso virtuoso dei beni. I beni devono essere usati per promuovere la dignità delle persone, per evangelizzare, per i poveri. Nel libro cito una eredità che ebbi nella mia prima parrocchia. Era il 1987, 17 milioni di lire. Nel dibattito alla fine venne fuori che darli ai poveri voleva dire anche darli a chi faceva lavori che servivano, così come alle missioni, alla Caritas... le finalità della Chiesa. Lo scandalo è quando i beni vengono accumulati e utilizzati in modo illegale o quando si sprecano inutilmente».

Il libro risente degli scandali più recenti, pensiamo al caso Becciu?

«In realtà il libro l’ho scritto in luglio, dopo la prima ondata di pandemia e prima di questo caso. Purtroppo sono cose che capitano, dobbiamo fare attenzione. I tre grandi idoli di San Giovanni (potere, piacere e avere) sono sempre in agguato anche nella Chiesa».

Nel decalogo finale si parla anche dell’attenzione dovuta a non accettare donazioni opache.

«Il decalogo mi è venuto pensando alla mia esperienza di parroco e vescovo a Modena, rispecchiano situazioni che si sono presentate. A Modena due volte ci sono stati tentativi di questo tipo, per fortuna in tutti e due i casi i preti si sono rifiutati, anche confrontandosi con me. Grazie a Dio abbiamo equipe sia in diocesi che in molte parrocchie attente. Ora stiamo cercando di puntare sullo snellimento delle strutture. Occorre verificare che le strutture che ci sono siano a servizio della pastorale, sostenibili e abbiano un senso. Tante comunità fanno fatica a sganciarsi dalle loro strutture, ma spesso è necessario». —
 

IL DECALOGO

  • 1. Non attaccarsi ai beni da farne la nostra «roba».
  • 2.Andare incontro ai poveri, agli umiliati, ai perdenti.
  • 3. Non confidare nella triplice alleanza tra potere, denaro e spregiudicatezza.
  • 4. Non gestire arbitrariamente i beni della chiesa.
  • 5. Le strutture ecclesiali (scuole materne, case di riposo, campi sportivi, aree verdi…) devono essere a servizio del territorio.
  • 6.Verificare continuamente l’effettiva finalità pastorale dei beni della chiesa.
  • 7. Non entrare in logiche economico-finanziarie di puro profitto.
  • 8. Confidare nella competenza di laici onesti, preparati e dotati di senso ecclesiale.
  • 9. Verificare attentamente le eventuali grosse offerte per evitare il fenomeno della «pulitura» del denaro.
  • 10. Interrogarsi più a fondo sulla destinazione delle strutture immobiliari ecclesiastiche.