Finale. Carolina, che fotografa i bar desolati e chiusi «Dettagli immobili narrano il momento»

L’artista di Finale ha voluto raccontare il suo paese addormentato «Non vedo l’ora di tornare a scattare momenti di gioia e felicità» 

il personaggio. «Avevo tanta voglia di fotografare, ho preso la macchina e sono uscita di casa». Carolina Paltrinieri, professionista finalese, si è cimentata nelle ultime settimane nell’immortalare i bar che son chiusi nel piccolo centro della Bassa. «Passeggio per il mio piccolo paese - scrive - Mi manca l’aria, non per via di questa pandemia. Per un immobilismo che ci impedisce di respirare e di sorridere. Un’attesa snervante che mi fa solo venire voglia di piangere. Non perché mi viene imposto di stare in casa, in casa mia io ci sto bene. Piango perché questa è una pagina nera della storia e mi sento completamente inutile».

Carolina Paltrinieri, la fotografa dei bar chiusi e desolati: "Descrivono quello che stiamo vivendo"



Un sentimento di inutilità che l’ha spinta a voler raccontare, stando dietro un obiettivo, un pezzo della storia. «Finale non brilla certo per la movida serale - ammette Carolina - ma vederlo così desolatamente vuoto mi fa male. Io, pur viaggiando tanto, ne sono ancora innamorata e sento un’attrazione che mi riporta sempre a casa appena posso. Ebbene, percepisco l’immobilismo di questa fase e ho voluto trasformarlo in qualcosa di tangibile e che potesse rimanere anche nel nostro futuro. Là dove c’era vita ora ci sono serrande abbassate, sedie accatastate, banconi vuoti. In quei bar ho cercato dei dettagli, piccoli scampoli che possano descrivere ciò che tutti noi stiamo vivendo».

E allora Carolina ha preso la sua macchina fotografica e si è incamminata tra i vicoli del centro storico e nelle piazze, soffermandosi sui piccoli particolari che ha incontrato. «Togliere la vitalità dei locali è togliere l’anima ad un paese. Però ce ne dobbiamo fare una ragione e spero presto di poter tornare ad uscire di casa e rimettermi a fare scatti alla vita. Ecco, se devo pensare a ciò che vorrei fotografare nel più breve tempo possibile c’è propria la voglia della gente di riprendersi qualcosa di proprio, di ritrovare coraggio, di non avere più paura o timore ad abbracciarsi o ad avere contatti ravvicinati. Servirà tempo, ma me lo riprometto: non vedo l’ora di vedere le sedie posizionate per accogliere clienti e i baristi tornare dietro al bancone...».

Ma il lungo periodo trascorso a Finale non è venuto solo per nuocere perché l’energia positiva di Carolina è stata incanalata su altri progetti. «Era da un po’ di tempo che non rimanevo così tanto in paese. Io, abituata a lavorare molto all’estero, con una passione sconsiderata per l’Africa, ho colto l’opportunità per rimettere a posto un po’ il mio archivio fotografico e lanciarmi in una nuova avventura professionale. Con Gloria Bombarda, fashion blogger, animatrice del blog “La Borsa di Mary Poppins”, viaggiatrice e altra finalese come me, abbiamo aperto il nostro studio».

E provate ad immaginare cosa possa uscire da un mix di tale esplosività artistica. La fotografia che si unisce alle parole, le immagini che si fanno moda, i dettagli che diventano pezzi di un puzzle più ampio e ricco di stimoli. «Abbiamo occupato un ufficio in piazza, è bello ampio: possiamo creare set fotografici, allestire in futuro mostre, fare tante cose. Ma prima di tutto dobbiamo tornare a vivere. Continuare a lavorare da casa era diventato un po’ riduttivo, così la mente si apre e vado a ritrovare lavori che avevo fatto in passato e dai quali si possono ancora raccogliere spunti».

E tra i progetti rimane ben salda la voglia di ritornare in Africa, lei che ad Adwa, in Etiopia, ha dedicato mesi di vita ed energie utili a raccontare un pezzo di Paese che sembra così lontano dall’Italia. «Ero là quando è scattata la fase-1 dell’emergenza Covid - dice, sorridendo anche al ricordo di come la mamma Marinella fosse particolarmente in pensiero tanto che occupava il tempo realizzando mascherine fai-da-te con ritagli di stoffa di scarto - Stavamo organizzando un progetto con l’Istituto Italiano alla Cultura di Addis Abeba. Sarei dovuta rimanere per un po’ di tempo ma non ci sono state le condizioni. Come vivono in Africa la pandemia? Credo che non sia il primo dei loro problemi. Certo, il virus esiste anche là ma le contraddizioni di quel continente sono enormi e il Coronavirus non è vissuto con l’ossessione che abbiamo in Europa. Purtroppo in Etiopia c’è la guerra civile, che mi impedisce di ritrovare i contatti con un mondo che mi resta dentro e nel quale non vedo l’ora di tornare. Lo farò, ma prima vorrei riprendere a fotografare i bar aperti, la spensieratezza dei clienti e una Finale che rinasce dopo un decennio difficilissimo tra terremoto, crisi economica ed emergenza Coronavirus». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA