Emilia Romagna Il manifatturiero risale dal -20 al -6,7 per cento Ma la seconda ondata si abbatte sulla ripartenza

L’indagine di Unioncamere, Confindustria, Intesa sul terzo trimestre A Modena il calo è stato del 6,6%. Soffrono moda e artigianato 

L’INDAGINE

STEFANO TURCATO


Un calo del 6,6% nella produzione è il dato che caratterizza il terzo trimestre dell’anno per l’industria manifatturiera modenese rispetto al 2019. I dati diffusi dalla Camera di Commercio di Modena, sulla base delle rilevazioni elaborate da Unioncamere regionale in collaborazione con Confindustria Emilia-Romagna e Intesa Sanpaolo, evidenziano anche un sondaggio fra le aziende da cui risulta una quota pari al 54% di imprese in calo e del 18% stazionarie, mentre circa il 29% evidenzia un incremento produttivo. Peggiori sono i dati delle sole imprese artigiane, maggiormente esposte alla crisi: il decremento tendenziale ha raggiunto le due cifre: -11,1%, con un 63% di imprenditori che ha dichiarato diminuzione dell'attività produttiva, un 12% stabile e un 25% in aumento.

Se si considera l'andamento rispetto al trimestre precedente, contraddistinto dal lockdown, emerge comunque una lieve ripresa produttiva nel terzo trimestre certificata dalla percentuale di imprese in crescita che per Modena è del 56%, contro un 43% registrato a livello regionale. Anche nell'artigianato la metà delle imprese (49%) presenta un aumento della produzione.

Il sondaggio comprende anche quesiti relativi alle prospettive a breve: per il quarto trimestre la gran parte delle imprese manifatturiere modenesi (48%) si attende stazionarietà, soltanto un 23% prevede un aumento e il 29% un calo. Nell'artigianato le imprese che prospettano un calo (43%) superano quelle che resteranno stabili (42%). Il settore del commercio nel terzo trimestre ha registrato una diminuzione delle vendite pari al -3,3% rispetto allo stesso trimestre 2019, di un punto inferiore rispetto a quella registrata a livello regionale -2,4%.

A Modena il 37% delle imprese ha visto nel terzo trimestre un aumento tendenziale del fatturato, il 23% stabilità e il 40% un calo. Se si considera invece la variazione rispetto al trimestre precedente soltanto il 33% ha dichiarato un incremento, il 31 è rimasta invariata e il 36% ha visto un decremento.

A livello regionale dopo la flessione di quasi il 20 per cento registrata nel secondo trimestre dell’anno, nel terzo il calo della produzione manifatturiera, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si è fermato a 6,7%. Ancora un dato di segno negativo, sia pure di minore intensità, a indicare che nel periodo luglio-settembre l’industria emiliano-romagnola aveva avviato un percorso positivo che, progressivamente, l’avrebbe riportata ad avvicinare la situazione pre-Covid. Il rapido diffondersi della seconda ondata e le misure di contenimento hanno rallentato la ripresa.

La dinamica settoriale evidenzia agli estremi l’alimentare e il “sistema moda”. Le industrie alimentari e delle bevande hanno registrato una variazione della produzione pari a 1,1%, una flessione che testimonia come il comparto sia tra quelli meno colpiti dalla pandemia. All’opposto si colloca l’industria del tessile, dell’abbigliamento e delle calzature, in calo del 15,8%. Per l’industria dei metalli, la diminuzione della produzione nel terzo trimestre del 2020 si è attestata al 9,3%, mentre la meccanica ha registrato un -5,7%.

Da sottolineare che nel “sistema moda” la quota di imprese con fatturato in flessione sfiora l’80%, nell’alimentare i cali si fermano al 50%.

«La crisi in atto è esogena rispetto all’economia - ha commentato il presidente di Confindustria Emilia-Romagna Pietro Ferrari - Non a caso l’Emilia-Romagna ha reagito meglio delle attese alla fine del lockdown, grazie alla tenuta della manifattura, alla vivacità delle filiere produttive e alla presenza di fondamentali solidi che saranno il nostro punto di forza quando usciremo dalla pandemia. Nei prossimi anni vivremo certamente cambiamenti nei comportamenti, nelle abitudini di consumo, nel modo in cui le imprese riorganizzeranno produzione e servizi. Ad esempio, l’uso del digitale nella vita privata, nel lavoro e nelle istituzioni resterà, pur se in modo nuovo, e potrà innovare settori strategici come sanità e formazione». —