Modena, «Io, che curo i malati Covid, l’ho preso A 48 anni mai avuto così tanta paura»

Cinzia Minozzi, coordinatrice degli ospedali di comunità, in prima linea contro la pandemia  

«Quando sono stata ricoverata a causa del Coronavirus ho sperimentato sulla mia pelle l’importanza dell’umanità: anche un messaggino può essere rincuorante. Per me, che sono abituata a essere tra chi cura, è stato fondamentale ricevere conforto. Io, mio marito e i miei genitori, tutti positivi, eravamo in quattro luoghi diversi... E io ero preoccupatissima per i miei che hanno 73 anni. Ora che sono ancora in convalescenza, ma fuori pericolo, perché il pericolo l’ho scampato e anche bello grosso, voglio dire a chi non crede nell’esistenza di questo maledetto: “Auguratevi di non incontrarlo mai da vicino perché fa davvero tanta paura. Fidatevi”».

Cinzia Minozzi ha 48 anni, è di Camposanto, e vanta circa trent’anni di esperienza all’Ausl, in posizioni di responsabilità. È infermiera e coordinatrice degli ospedali di comunità di Novi e di Soliera, responsabile delle sedi territoriali di Carpi della casa della salute, docente di Infermieristica all’università. Durante la prima ondata, l’Ausl le ha affidato il compito di creare il Pronto soccorso Covid a Mirandola. Durante la seconda si è ammalata.


Dottoressa Minozzi, come pensa di aver contratto il virus?

«Non è possibile risalire con esattezza alla causa. Ma posso sottolineare che sul lavoro sono stata davvero molto attenta. L’ho fatto sia nell’indossare i dispositivi di protezione individuali sia nel non svolgere azioni, anche le più semplici, potenzialmente a rischio, come mangiare o andare in bagno. Comunque il primo novembre io e mio marito abbiamo pranzato nel cortile di casa con i miei genitori».

In seguito cos’è successo?

«A mio papà è venuta la febbre, il giorno dopo è comparsa anche a mia mamma. Ci siamo messi in isolamento e abbiamo fatto il tampone. In attesa dell’esito, arrivato dopo una settimana, avevo capito che qualcosa non andava e quella tosse che mi era comparsa non era il mio solito male stagionale, ma il Covid. Mio marito, anche lui infermiere, inizialmente era negativo, si è positivizzato in seguito. I miei genitori sono risultati entrambi positivi. Papà dopo qualche giorno è stato meglio, mentre mamma è stata ricoverata in Terapia intensiva a Baggiovara. Proprio martedì, per fortuna, è stata trasferita, dopo 15 giorni, in un reparto non intensivo».

Il ricovero è stato necessario anche per lei?

«Sì, prima in Pronto soccorso dove continuavo a desaturare e i parametri polmonari, le ecografie e gli esami del sangue non erano brillanti. Sono stata portata in Medicina d’urgenza a Baggiovara, dove sono rimasta poco meno di una settimana. Quando sei sotto il casco, non senti e non riesci a parlare. Con la mia famiglia ci scambiavamo messaggi ma il non vedersi preoccupa molto. Quando i parametri sono migliorati, sono rientrata a casa, dove sapevo di poter stare più tranquilla. Tanti amici e famigliari ci hanno aiutato, sostenendo mio padre e mio marito in isolamento, e facendo sentire a me e alla mamma il calore tramite i messaggi. Anche il nostro medico curante è stato molto presente».

Lei, abituata a curare, si è trovata nei panni del paziente: quali gli aspetti che più l’hanno colpita?

«Ho ricevuto tanto in queste settimane. Ho toccato con mano che ci sono professionisti preparati e umani. Per il Covid ho avuto momenti di ansia che non avevo mai provato in vita mia e la sensazione di “lasciarci le penne”. Ci sono momenti in cui ti butti giù perché non riesci e non puoi parlare. Questi professionisti intorno a te, ti aiutano, ti spronano a mangiare o a mettere le gambe fuori dal letto. Tutto ciò mi è servito tantissimo. In un letto d’ospedale sei disarmato: senza umanità non si dà speranza».

Qual è il messaggio, da operatrice sanitaria e da cittadina, che vuole lanciare?

«Professionalmente è fondamentale l’autoprotezione. I presidi ci sono e vanno usati in modo corretto: un solo passaggio errato è pericoloso. Questo virus non ti dà una seconda possibilità. Come cittadino, è necessario fare attenzione perché ogni nostro gesto può proteggere altre persone». —