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Guiglia. Ponte Samone subito spezzato nonostante i lavori della scorsa estate

La Provincia ha speso 35 mila euro a luglio per le pile I residenti della zona: «Convivere con le piene è difficile»


GUIGLIA Che fine hanno fatto i 35 mila euro spesi la scorsa estate dalla Provincia per rimettere a posto le pile del ponte di Samone? È questa la domanda che si pongono i tecnici a poche ore dal cedimento di una delle strutture più importanti della Valle del Panaro.


Questa mattina è prevista una riunione proprio in Provincia per fare un quadro della situazione danni in modo da far arrivare i dati da Bologna a Roma e accelerare l’invio dei primi fondi dal salvadanaio della Protezione Civile o dal ministero dei Lavori Pubblici per i lavori più urgenti.


«So che il caso del ponte di Samone è sul tavolo dell’assessore regionale Priolo ed è una priorità - sottolinea il sindaco di Guiglia Iacopo Lagazzi - Un quadro più esatto della stima dei danni e quindi dei lavori e dei fondi necessari lo faremo appena finita l’ondata di maltempo e le piene previste tra oggi e domani. Non voglio pensare a ulteriori cedimenti. La prima necessità è ripristinare il transito».


Per i quasi due mila pendolari che ogni giorno per lavoro o scuola vanno da Maserno, Samone, Zocca e Guiglia verso Vignola o Modena, quella chiusura comporta un allungamento dei tempi fino a un’ora. E lo stesso vale per i camion diretti ai prosciuttifici.


In quella terra di confine tra la pianura vera e propria, la valle dei ciliegi e le prime piste di sci del Cimone a una trentina di chilometri, il ponte sospeso ai confini di tre Comuni è sempre stato un simbolo. Costruito nell’Ottocento per scavalcare il Panaro là dove si congiungono i territori di Guiglia, Zocca e Pavullo, fu rifatto nel 1946, com’era prima delle bombe dell’ultima guerra mondiale. Ed è sempre stato un simbolo delle piccole comunità che dal fiume hanno tratto di che vivere.


Non solo ghiaia, quella scavata sino all’ultimo sasso nei decenni passati, ma anche la linfa vitale per le coltivazioni di pianura. E poi la legna secca, i tronchi portati dall’acqua. I maranesi ricordano ancora Vaìn, famoso perché sino agli anni Ottanta è andato a prendere legna in Panaro per rivenderla ai paesani.
«Fino a due anni fa usavamo anche noi la ruota azionata dalla corrente del fiume per macinare la farina» annuisce Ivo Leonelli che, a 70 anni, continua l’attività del padre nell’antico Mulino delle Palette, a poca distanza dal ponte in pericolo. «Dopo la grande frana del 1963 - scrive anche sul sito aziendale - che si portò via il vecchio mulino, asssieme a mio padre abbiamo deciso di rifarlo ma spostandolo di qualche metro. Con la stessa macina». E da due anni c’è un motore elettrico che fa il suo dovere ma rispettando la tradizione.
«Però, da quando qui hanno sistemato la canalizzazione per la centrale elettrica, lì sopra noi siamo al sicuro» puntualizza la moglie Eleonora Rapini, indicando i lavori per ripristinare la condotta di un salto d’acqua a ridosso del ponte per alimentare una piccola centrale elettrica.


«Noi abitiamo più in alto e di piene ne abbiamo viste e non abbiamo avuto danni» spiega Morena Nobili, che abita giusto a fianco del ponte. «Con il ponte chiuso si devono organizzare anche i trasporti per le scuole perchè le corriere non possono risalire dall’altra parte del Panaro. Le famiglie devono portare i ragazzi qui vicino».
Giuseppe Ricci e la moglie Novella Mariani, 82 e 79 anni, ricordano quando andavano alle elementari. Lui in una scuola rurale e lei da una maestra che faceva scuola in casa per poche bimbe per volta.
«Quel ponte - dicono - lo abbiamo sempre visto così, tranne che durante la guerra, quando eravamo bambini, quando fu distrutto. Ma mai lo abbiamo visto rompersi come questa volta». —