Modena, fango e rabbia: la Fossalta due settimane dopo

Cittadini e aziende proseguono nelle opere di pulizia. C’è chi ha subito danni ingentissimi. «Non può accadere nel 2020»

MODENA. Gian Paolo Lucchi lavora vicino a una fontana in una casa della Fossalta. Sta pulendo una casetta per uccelli, con gli stivali che ancora affondano nel fango e nella melma. Accanto a lui scorre il Tiepido. Mite. Poco più di un rigagnolo. Ma Gian Paolo ricorda bene come quel corso d’acqua due settimane fa fosse ben diverso.

«Era sabato sera», racconta posando l’attrezzatura. «Stavo controllando i miei colombi viaggiatori. Sapete io abito altrove. Ho visto il Tiepido crescere, ma ero tranquillo perché anni fa abbiamo fatto costruire questo muro. Non mi sarei mai aspettato nulla del genere». Tra la proprietà di Gian Paolo e il torrente non c’è solo l’argine a fare da confine, ma anche un muro.



«Non credevo che l’acqua potesse superarlo», dice con rammarico. Un rammarico che nasce non solo dai danni materiali subiti, ma anche dalla morte di 52 dei suoi 250 colombi viaggiatori. Nella zona posteriore della sua proprietà trovano posto due prefabbricati, dove custodisce le voliere del “Fossalta wonder pigeons”: «Erano ben rialzate da terra ma non è stato sufficiente. Domenica mattina non era possibile arrivare per via dell’acqua troppo alta. E così molti sono morti. Sono davvero dispiaciuto».

Siamo a un passo da via Emilia Est, ma quella stessa strada dove oggi corrono camion e veicoli il 5 dicembre era un fiume. L’acqua era così alta che a fatica i mezzi dei vigili del fuoco riuscivano a percorrere la strada. Un occhio distratto oggi non si accorgerebbe di nulla, ma basta addentrarsi nelle vie laterali, dove vi sono abitazioni, ristoranti o aziende (e qui ce ne sono tante), per rendersi conto dei danni. Ammucchiati ai lati della carreggiata ci sono mobili, vestiti, sporcizia e tutto ciò che l’acqua ha rovinato e trascinato. Abbandonati vicino alla fermata del bus i sacchi della Protezione civile.

«Stiamo pensando di costituire un comitato di zona», dice Marco Bertoli titolare dell’omonimo negozio di arredamenti che ha subito danni ingentissimi. «Cosa penso dell’alluvione? Un evento da Medioevo, ma noi siamo nel 2020. Come è possibile?».

C’è frustrazione e rabbia. Poco più avanti prendendo stradello Curtatone si arriva al ponte che passa sul Tiepido. È chiuso al transito, ma da quell’altezza è possibile capire quanto il livello si sia alzato quella notte. «Siamo riusciti a ripulire tutto», racconta Franco Piacentini, presidente dell’Associazione vittime della strada che abita proprio accanto al ponte. «Credo che più del Tiepido, il problema sia il Panaro: dobbiamo ridare ai fiumi lo spazio che avevano una volta. Se guardiamo la larghezza del Panaro a Spilamberto e la paragoniamo con quella di questa zona capiamo tante cose: lui, nel bene e nel male, si riprende il suo spazio». L’umore tra residenti e imprenditori non è buono: «Cerchiamo di farci sentire – prosegue Piacentini – di spronare, di tenere alto il problema. Il tempo passa, ci si dimentica di tutto e poi torna in auge quando l’acqua rifà danni. Qualcuno in zona ci ha rimesso tanto e il morale non è alto. Il Comune? Dovrebbe far da tramite e pungolare in Regione e con Aipo. Devo ammettere che quest’anno i corsi d’acqua sono stati puliti, ma il fiume ha bisogno di spazio. E infine c’è il solito problema delle casse di espansione: da 40 anni attendiamo che vengano collaudate. Il tempo per farlo c’è stato». —

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