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Modena Ristoratori disperati: «Da Roma uno schiaffo al lavoro di questi mesi»

La rabbia dei gestori per la chiusura arrivata a due settimane dalla riapertura «Decisione al limite dell’assurdo: sono mesi che viviamo alla giornata»

MODENA Volendo condensare tutto in una parola, quella giusta sarebbe probabilmente “sgomento”. Ma poi ce ne sono anche altre: “rabbia” senza dubbio, anche se probabilmente non rende l’idea. Anche perché oltre alle decisioni ci sono i modi con cui si è arrivati a queste scelte, che a tanti suonano come una presa in giro. E così ad andare in fumo, insieme a migliaia di euro, sono state anche migliaia di prenotazioni, sostituite al massimo da un servizio di asporto che, per dirla con uno di loro, «serve solo a smuovere la classifica».

La rabbia è quella dei ristoratori modenesi, che a 18 giorni dalla riapertura si troveranno costretti a chiudere di nuovo in virtù della stretta natalizia imposta dal governo: tra “zona rossa” e “zona arancione”, dal 24 dicembre al 6 gennaio compreso non potranno servire pasti, mentre saranno consentiti solo il servizio d’asporto e la consegna a domicilio. Di conseguenza, i gestori hanno dovuto annullare le prenotazioni già prese per le feste, trovandosi inoltre ad avere una notevole quantità di prodotti già ordinati ma difficilmente utilizzabili.


Il primo a restare senza parole è stato Stefano Corghi, chef del ristorante modenese “Il luppolo e l’uva” e presidente del consorzio “Modena a tavola”: «Questa nuova chiusura è una cosa chiaramente al limite dell’assurdo - spiega - e lo è stato soprattutto saperlo alla fine e in questo modo. Anche perché non c’è solamente questa scelta che ci porta ad annullare le prenotazioni, ma c’è anche tutto quello che è successo prima: sono mesi che viviamo alla giornata, venendo a sapere alla sera quello che succederà dal giorno dopo». Corghi racconta una realtà «devastante dal punto di vista economico, ma anche sotto il profilo psicologico: quello che fa rabbia più di tutto è il fatto di non avere una visione, di non potere fare alcun programma». E se il governo ha promesso nuovi ristori, il presidente del consorzio fa notare che «a questo punto noi non vogliamo alcun ristoro, che oggi sembra addirittura offensivo, ma risarcimenti. Oggi non possiamo accontentarci di uno “spuntino” - chiude Corghi - ma abbiamo bisogno di essere nutriti».

Una desolazione condivisa anche da Emanuele Artioli del “Ristretto Coccapani”, ristorante del centro: «Per le feste avevamo il tutto esaurito - spiega - e ovviamente abbiamo dovuto annullare tutte le prenotazioni, mentre ci ritroviamo con una serie di prodotti che proveremo a utilizzare e a congelare. Avevamo anche comprato del tartufo...». E se l’unica possibilità rimasta è quella dell’asporto e della consegna a domicilio, il gestore del “Ristretto” fa notare che «per noi che siamo in pieno centro è tutto molto complicato, considerando la zona a traffico limitato e la tanta strada da fare per raggiungere la macchina. Di conseguenza, dal 24 chiuderemo, mentre ci concentreremo sull’altro locale che gestiamo, la “Cucina di quartiere” di via Giardini, dove c’è la possibilità di parcheggiare». Artioli fa però notare che «il servizio di asporto è importante per il rapporto con i clienti, ma di fatto serve solo a... smuovere la classifica. Oggi per noi la situazione è davvero dura, e la speranza è che nel 2021 si riesca a lavorare con maggiore continuità».

Una realtà diversa, restando in centro a Modena, è quella della storica Osteria Ermes: «Noi per la settimana di Natale e per quella successiva siamo sempre stati chiusi - spiega Andrea Rinaldi, figlio di Ermes - ma quest’anno saremmo stati aperti il 24, giorno nel quale ovviamente chiuderemo come previsto dal decreto governativo. Quest’anno è andata così - alza le braccia Rinaldi - non ci resta che adeguarci e rimboccarci le maniche per quando si potrà ripartire». Il problema principale, fa notare il figlio di Ermes, sta nel fatto che «abbiamo ancora quasi tutto l’inverno da passare, ed è difficile immaginare un gennaio migliore. Dobbiamo metterci in testa che siamo davanti a una pandemia, e che oggi bisogna prima di tutto salvaguardare le persone più fragili, poi proveremo anche a ripartire con il lavoro».

Tanta rabbia anche per Claudio Cavani, titolare del “Calcagnino” di Formigine: «Non posso nascondere - commenta - che oggi il desiderio sarebbe quello di chiudere e basta, perché questa è una presa in giro. Non posso definire diversamente una chiusura che arriva a due settimane dalla riapertura, quando ci eravamo riorganizzati per ripartire. Tutto questo è devastante dal punto di vista economico, per noi e per i nostri cinquanta dipendenti, dal momento che chiuderemo il 2020 con il 20% del fatturato dell’anno scorso. Ma lo è anche psicologicamente: noi ci siamo organizzati, siamo ripartiti, e ora è arrivata questa beffa, che dimostra la considerazione che a Roma hanno del lavoro delle persone. La nuova chiusura è uno schiaffo a tutti gli sforzi di questo periodo». —

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