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Riolunato. C’era una volta Lezza borgata fantasma abbandonata e preda di razzie

Il sindaco Contri: «C’è il censimento delle case sparse ma gli eredi non hanno interesse a rimetterle a posto»

Saverio Cioce

RIOLUNATO. Coperta com'è di neve sembrerebbe un presepe, con le sue case in pietra, il mulino ad acqua che azionava il mulino e la forgia del fabbro.


Ma basta avvicinarsi al paese dimenticato di Lezza, lasciando la strada provinciale, per veder sparire la magia del piccolo borgo antico. Quello che sino agli anni ’60 era un ordinato gruppo di case con più di un secolo di vita, oggi si avvia a diventare un mucchio di pietre in rovina.

«Lo vede? Qui c’era uno stipite scalpellato con un piccolo bassorilievo» dice il sindaco Daniela Contri indicando quello che resta di una porta. Da quell’ occhiaia vuota occhieggiano i cumuli di pietre finite a terra, tra le travi distrutte dall’ abbandono di mezzo secolo.

In mezzo, spezzati, spuntano i resti di oggetti lasciati da chi ci abitava. «Eppure - aggiunge il sindaco che ci fa da guida nel paese scomparso assieme al tecnico comunale Emiliano Pighetti - quando io andavo alle elementari c'era una mia compagna di classe che veniva a piedi a scuola proprio da Lezza. Tutti i giorni. La frazione era abitata”.

Ma cos’è accaduto in questi cinquant’anni? Dove sono finiti agricoltori, artigiani e pastori? L’emigrazione e lo spopolamento hanno trasformato la frazione di montagna in un paese fantasma. Anche se oggi ci sono gli scuolabus che girano casa per casa a prendere i bambini per portarli a scuola e i fuoristrada arrivano dappertutto, i vecchi cascinali che non sono legati a qualche attività produttiva finiscono per andare in malora. A Lezza ci si arriva con un sentiero dove la jeep passa a fatica nonostante la manutenzione non occasionale dei due chilometri che separano l’asfalto da ciò che resta della borgata; poi bisogna camminare a piedi per un tratto e si arriva tra muri spettrali.

L’unico segno di vita, moderno, è una sorta di serbatoio a due metri d’altezza con il mangime, azionato da una catena.Tanto basta per cinghiali e cacciatori per ritrovarsi.

«Non sono terre di nessuno – mette le mani avanti Contri – ma figli e nipoti spesso abitano molto lontano, le case dei nonni non interessano più nessuno. Ecco, qui ad esempio c’era la casa di un fabbro con uno stipite e l’incudine colpito nella pietra. Me la ricordo benissimo» - dice indicando una radura abitata da rovi e ortiche - Hanno portato via tutto, anche le pietre».

La consapevolezza che quei massi siano serviti a decorare un caminetto, che siano finiti nel mucchio di un qualche deposito di materiali edili è quasi una certezza. Dunque che fare? Come rendere convenienti restauri e ricostruzioni?

«Sin dagli anni ’80 – conclude Contri – il Comune ha lavorato a un censimento delle case sparse e di quelle con valore storico e architettonico. Una documentazione patrimonio della comunità. Purtroppo i cambiamenti sociali non ci hanno aiutato e lo spopolamento ha fatto il resto. Oggi occorre fare un ragionamento con i fondi europei, creare progetti di recupero mirati assieme a chi in montagna vuole viverci o mantenerla viva. Il turismo verde, quello fatto di camminatori, appassionati di equitazione o di boschi può essere il moltiplicatore di chi vuole fare dei B&B attivi per buona parte dell’anno. Da qualche parte bisognerà cominciare. Nessuno ha la bacchetta magica ma bisogna cercare strade nuove per salvare quello che c’è. Se no andrà tutto in malora». —