Sassolese nel docufilm Netflix su San Patrignano: Paolo: "Avrei voluto un po' di autocritica"

Il 56enne Severi racconta la sua esperienza nel docufilm di Netflix "Modena centro dello spaccio, ho nostalgia di Sassuolo"

SASSUOLO. Ora ha 56 anni, vive a Rimini dove coordina un gruppo di lavoro sulle dipendenze e le droghe. Paolo Severi, però, affonda le sue radici a Sassuolo, città che ha lasciato nel 1992 per entrare nella comunità di San Patrignano. E la sua esperienza compare anche nel docufilm in onda su Netflix e che sta spaccando l’Italia sulla figura di Vincenzo Muccioli e su certi metodi coercitivi.

Severi, partiamo dall’inizio, dalle sue radici e dai suoi ricordi di giovane sassolese.


«Gli anni Settanta e Ottanta sono stati uno spartiacque: c’era chi si è adeguato alle regole dei padri e chi è andato nella direzione opposta. Le droghe, l’eroina in particolare, hanno distrutto una generazione. Modena era la piazza più importante di spaccio di tutta la regione, contava più di Bologna. Io sono parte di quella generazione che si è persa. Non vivo più a Sassuolo da anni, ma ricordo ancora il suono delle sirene delle ceramiche e lo sciame di motorino che portavano gli operai in fabbrica. Ho un po’ di nostalgia. Mi spiace una cosa: nel documentario di Netflix è passato il messaggio che a Sassuolo o entravi in ceramica o ti davi all’eroina, era un’iperbole, non volevo offendere».

Ecco, entriamo sul docufilm. Lei ha avuto una doppia parte.

«Con il mio gruppo di lavoro sulle dipendenze ho dato una mano a organizzare le interviste ai testimoni di allora e ho raccontato in parte la mia personale storia. Tutto sommato credo sia uscito un lavoro ben fatto e oggettivo. Certo, si può esserlo sempre di più ma ci sono diverse persone, penso al dottor Boschini, a Red Ronnie e Andrea Muccioli, che hanno fatto da contraltare a una parte di narrazione altrettanto vera e reale».

Si poteva fare meglio ed evitare certe polemiche?

«Sì, se San Patrignano avesse voluto contribuire di più. Tante volte è stato chiesto un contributo maggiore nel corso della lavorazione: sempre rifiutato. È questa la colpa che io e il gruppo facciamo a Sanpa: chiedevamo un minimo di autocritica da parte della struttura, speravamo potessero rivedere gli errori e cambiare, invece sono rimasti impermeabili e autoreferenziali».

La sua esperienza a San Patrignano com’è stata?

«Io sono entrato nel 1992, il caso Maranzano e il suo omicidio scoppiò nel marzo ’93. Ormai Sanpa era una città, Muccioli lo vedevo poco. Io ho vissuto la parte bella, posso dire, certamente è stata più complessa quella dalla fondazione fino alla fine degli anni Ottanta; è la parte che viene narrata da alcuni testimoni centrali del docufilm. Citando Primo Levi c’erano i “sommersi” e i “salvati”: io ero nei secondi, quelli che non hanno dovuto fare i conti con metodi particolarmente violenti o coercitivi; ho avuto la fortuna di finire nel settore Restauro e poi Biblioteca. Altri purtroppo no».

C’è chi dice che San Patrignano ha salvato migliaia di ragazzi.

«Un’affermazione che mi lascia perplesso perché non si conoscono bene i dati e manca un’analisi sociologica che vada in profondità: ci sono ragazzi che sono usciti e hanno costruito una vita bellissima anche all’esterno della città, altri che sono morti poco dopo per un overdose perché hanno ritrovato le vecchie compagnie, altri che sono rimasti legati alla droga. Sanpa era una bolla da cui era complesso uscire e ciò spiega perché molti giovani sono rimasti ben oltre la fase di disintossicazione».

Cosa le resta di quel periodo?

«Ci tengo a dire che non c’era solo San Patrignano, c’erano altre strutture che facevano un lavoro egregio, preti di strada e piccole realtà che lavoravano nel silenzio anche prima di Muccioli. Con me porto il ricordo di tanti ragazzi che non ci sono più, penso a Marco Trascendi, un ragazzo buono e dolcissimo, il 77 della canzone Emilia Paranoica dei Cccp, morto per debolezza». —

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