Colletti bianchi al servizio dei Casalesi La base era a Castelfranco: due arresti

La Guardia di Finanza ferma i fratelli imprenditori Raffaele e Giuseppe Diana che riciclavano i soldi per il clan

MODENA Trentaquattro misure cautelari, di cui 4 in carcere, 6 ai domiciliari, 9 obblighi di dimora e 15 misure di interdizione personale con divieto di svolgimento di tutte le attività inerenti l’esercizio di imprese ed il sequestro preventivo agli indagati di beni e disponibilità per 8,3 milioni di euro.

Clan dei Casalesi, scoperta base a Castelfranco Emilia

Si chiude così l’indagine Minerva della Guardia di Finanza di Firenze e dello Scico di Roma, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia toscana. Vengono contestati numerosi reati: l’associazione per delinquere, il riciclaggio, l’autoriciclaggio e il reimpiego, l’intestazione fittizia di beni, l’emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, con l’aggravante mafiosa per aver favorito l’associazione camorristica clan dei “Casalesi”.



Al centro dell’operazione c’erano i fratelli Raffaele e Giuseppe Diana, rispettivamente di 37 e 34 anni, che per anni hanno abitato a Castelfranco dove erano tra l’altro titolari e amministratori della società D.F. Group. E a proposito di società: sono almeno tre quelle create ad arte in terra modenese per poter riciclare denaro attraverso false fatturazioni e successivi prelievi in contanti, spesso effettuati da prestanome che tra l’altro percepivano il reddito di cittadinanza.



Da Castelfranco e Casapesenna, nel periodo d’indagine compreso tra il 2016 e il 2018, i fratelli Diana avevano ideato un sistema utile a garantire ai Casalesi imponenti ricchezze che venivano poi reinvestiti in immobili di valore con grande attenzione per la Toscana.


«Il sistema delle false fatturazioni era molto utilizzato dal nostro clan per produrre provviste di denaro a nero grazie alla costituzione di apposite società fittizie specie nel settore edile, che provvedevano ad emettere false fatture o sovrafatturazioni», spiegava Nicola Schiavone, figlio del famigerato Sandokan. E quel piano operativo viene ricalcato dai fratelli Diana con il supporto del pari grado Antonio Esposito. È infatti stato rilevato un sofisticato sistema fraudolento, fondato su diverse società, ritenute riconducibili agli indagati e formalmente gestite da prestanome, che hanno svolto diversi lavori edili sul territorio nazionale, operando perlopiù in subappalto. L’esecuzione dei lavori e la successiva fatturazione dava corso a una prima serie di fatture per operazioni inesistenti a favore di società di comodo che attestavano la falsa collaborazione nei lavori.

Venivano allora emesse altre fatture per operazioni inesistenti a favore di altre “cartiere”, i cui amministratori, anch’essi prestanome, operavano il prelievo di contanti. Dedotti i compensi ai prestanome, quantificati in circa il 3-4 per cento del totale, le somme prelevate finivano poi ai fratelli Diana ed Esposito per essere successivamente riciclate attraverso investimenti immobiliari nelle province di Pistoia, Lucca, Modena, Roma, Isernia e Caserta. I pentiti, tra l’altro, hanno raccontato di come i “colletti bianchi” del Nord scendevano in Campania con regali e “non andavano toccati” perché uomini di Zagaria. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA