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Cimone, pronti a sciare a numero chiuso

Accordo con il Comitato scientifico per tentare di aprire il 15 febbraio . «Possiamo recuperare il 30% degli incassi»

Dove eravamo rimasti? Alla falsa partenza del 18 gennaio che ben presto si è sciolta come neve al sole. Ma la neve quest’anno è talmente tanta che quella rimasta supera i due metri abbondanti e se l’emergenza Covid darà un attimo di respiro si potrebbe sciare fino a Pasqua inoltrata, che il calendario fa cadere il 4 aprile.

Allora la stagione sugli sci ci riprova e fissa una nuova data sul calendario: lunedì 15 febbraio. E se lo sci ci ripartirà, lo farà a numero chiuso. Lo ha stabilito il Comitato Tecnico Scientifico che, nel parere espresso dopo la riunione del 15 gennaio, ha valutato il protocollo con le linee guida per l’utilizzo degli impianti di risalita da parte degli sciatori amatoriali, redatto dalla Conferenza delle Regioni e dalle Province Autonome.

Al documento - che stabiliva le norme per il distanziamento sugli impianti e la capienza massima su funivie e cabinovie - ha aggiunto una nuova regola per contingentare le presenze sulle piste, e di conseguenza, evitare le resse agli impianti di risalita. Le vendite dovranno essere contingentate ma - suggerisce il Comitato Tecnico Scientifico - “a tale scopo andrebbe previsto un sistema di prenotazione che sia in grado di consentire una gestione strutturata del numero degli utenti che possono accedere ai comprensori sciistici”.

Metà febbraio per chi ama sci, neve e montagna vuol dire alta stagione. Quest’anno però di una stagione mai partita con tutto quello che significa vedere la neve che viene giù come mai era accaduto negli ultimi anni, gli impianti fermi e i paesi deserti. «O il 15 febbraio o mai più. Dopo avrebbe poco senso aprire e i ricavi possibili non coprirebbero i costi gestionali degli impiantisti o di chi ha un’attività alberghiera», si affrettano a dire sul Cimone e nelle altre stazioni sciistiche del nostro Appennino. Ma può già essere un importante passo avanti per evitare incassi a zero.

«Se apriamo come pare a metà febbraio possiamo recuperare un 20-30% degli incassi perduti. Non sarà molto però è già qualcosa. Qui non ci sono solo gli impianti fermi e le piste deserte. Dietro ci sono gli operatori di un settore che solo sul Cimone vale ogni anno 20 milioni di euro tra ricavi diretti e indiretti provenienti dall’indotto: alberghi, negozi, affitti... Con circa 1800 persone che grazie alla neve e al turismo bianco lavorano. A noi l’apertura a numero chiuso va bene. Basta diano presto l’ufficialità perché non è che impianti, alberghi, attività riaprono dalla mattina alla sera...», commenta Luciano Magnani, presidente del Consorzio del Cimone e anche albergatore.

È fiducioso Magnani, che confida per le prossime tre settimane in un passaggio delle restrizioni in regione dalla fascia arancione a quella gialla. «Che darebbe la possibilità di muoversi a tutti. Anche se pure in fascia arancione, le interpretazioni consentirebbero se fossimo già al 15 febbraio la possibilità di sciare o fare fondo e escursioni con le ciaspole... Ma serve chiarezza». Lo sci a “numero chiuso” per il Cimone vorrebbe dire avere sulle piste non più di settemila sciatori contro i 14mila che è la portata oraria degli impianti di risalita, il parametro di riferimento per l’applicazione del protocollo concordato nella Conferenza delle Regioni con il Comitato Tecnico Scientifico. —