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Modena, strade al veleno in tutta la provincia, dodici Comuni: «Siamo danneggiati»

Nel processo di Venezia, vari paesi si sono costituiti parte civile per i rifiuti usati in cantieri pubblici e privati

CARPI. Carpi, Castelfranco, Castelvetro, Cavezzo, Finale, Medolla, Mirandola, Modena, Novi, San Felice, San Prospero e Vignola: sono i Comuni modenesi che si sono costituiti parte civile al processo per le cosiddette strade al veleno, iniziato di fatto ieri in tribunale a Venezia. Tutti hanno scelto di far valere le proprie posizioni a fronte dei sospetti che nei loro territori sia stato utilizzato “conglomerato ecologico certificato”, ma che conterrebbe invece quantità di sostanze nocive.

Sono oltre una cinquantina gli enti pubblici che hanno tenuto un’analoga posizione in un processo, sostenuto dal pubblico ministero Giovanni Zorzi della direzione distrettuale antimafia, che vede imputate tre persone con l’accusa di traffico illecito di rifiuti. Si tratta di Giuseppe Domenico Tavellin, 60enne di Cerea (Verona); il procacciatore di affari Stefano Sbizzera, 50 anni, pure lui di Cerea; Luciano Manfrin, 59 anni di Minerbe (Verona) ha invece messo a disposizione alcuni terreni dove stoccare il materiale. Tavellin è rappresentante di due ditte, la Consorzio Cerea spa e la Tavellin Green Line srl, entrambe con sede nel Veronese ed è attraverso queste che Tavellin è accusato di aver organizzato una gestione abusiva di ingenti quantitativi di rifiuti, utilizzati in particolare per realizzare strade interpoderali. Perché nel corposo elenco di cantieri forniti nel Modenese ci sono soprattutto realtà private, ma non sono esclusi alcuni lavori pubblici. A Modena, ad esempio, è emerso che il materiale al centro dell’inchiesta potrebbe essere stato utilizzato in due o tre cantieri privati per opere di urbanizzazione primaria. Nella Bassa, invece, il “Concret Green” sarebbe finito in alcune lavorazioni post terremoto, e quindi pagato con soldi pubblici anche all’interno di importanti aziende di primaria importanza occupazionale.


GREEN MA NON TROPPO

Il prodotto, finito nell’indagine avviata dai carabinieri Forestali di Rovigo nel 2017, si chiama “Concrete Green”, ma di verde e di ecologico, stando alle perizie disposte dalla procura antimafia, non c’era granché. Veniva lavorato dalla Consorzio Cerea e poi passava alla Tavellin, che lo vendeva come conglomerato a basso dosaggio di cemento e a costi particolarmente concorrenziali. A quanto è emerso, questo materiale non veniva sottoposto ai dovuti procedimenti di inertizzazione, in sostanza alla decontaminazione, con la conseguenza che le sostanze pericolose superavano le soglie limite. Nel 2013, stando agli accertamenti, ne sono state prodotte 194mila tonnellate, nel 2014 238mila, per poi salire a 260mila nel 2015.

Nichel, cromo, piombo, cloruro sono alcune degli elementi nocivi per la salute delle persone, specie se inconsapevoli, trovati nei vari campionamenti effettuati dagli investigatori E il “Concrete Green” si era fatto rapidamente spazio nel mercato dell’edilizia perché il risparmio era notevole: il prezzo di vendita massimo era di 17 euro al metro cubo, una cifra clamorosamente inferiore agli oltre 200 dei prezziari. In tutto l’ “asfalto avvelenato” è finito in almeno 71 cantieri, diversi dei quali nel Modenese.

Gli altri danneggiati

Oltre ai Comuni si sono costituiti anche la Regione Veneto, Regione Emilia-Romagna, Legambiente, WWF e la Global Service, società che acquistava prodotto dalla Tavellin che punta quindi a prendere da subito le distanze da quanto utilizzato. —

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