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Modena. La messa per le vittime del Covid: «Uniti potremo uscire dal deserto»

In Duomo una messa per le vittime del Covid. Il vescovo Castellucci: «Dobbiamo tornare a essere una comunità coesa»

MODENA Una celebrazione per ricordare tutte le vittime del Covid 19 e per ringraziare chi opera per superare la pandemia. Ieri sera in Duomo l’arcivescovo di Modena e vescovo di Carpi, don Erio Castellucci, ha presieduto la messa che, grazie a un appello della Fondazione Sias, del Centro Ferrari e della Fondazione Gorrieri, è stata dedicata particolarmente a questa intenzione, a un anno dall’inizio della pandemia in Italia.

Modena. Covid, un anno dopo: messa in suffragio delle vittime

Nutrito il gruppo di amministratori e sindaci presenti: oltre al “padrone di casa” Gian Carlo Muzzarelli e al presidente della Provincia, Giandomenico Tomei, anche Maria Costi sindaco di Formigine, Luigi Zironi di Maranello, Emilia Muratori di Vignola, Fabio Braglia di Palagano, Maurizio Paladini di Montefiorino, Iacopo Lagazzi di Guiglia e Cristian Tondi in rappresentanza di Marano.

Presenti anche le consigliere regionali, Francesca Maletti e Giulia Pigoni, e Fabio Poggi presidente del consiglio comunale di Modena. Il vescovo ha aperto ricordando il senso della celebrazione: «In questa ricorrenza vogliamo fare memoria delle persone scomparse e ringraziare tutti coloro che hanno operato, e stanno continuando a operare, per affrontare questa emergenza.

Ricorderemo in particolare le tante persone scomparse, chi non ha potuto ricevere nemmeno un saluto nel giorno del commiato. E poi anche il personale socio sanitario, le forze dell’ordine, i volontari, gli amministratori che ringrazio per la presenza e tutti coloro che, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e ovunque, operano per superare la pandemia, perché solo insieme possiamo uscire da questa emergenza».

Nell’omelia il vescovo ha aggiunto: «Per la Chiesa il deserto è l’ambientazione della Quaresima, ma quest’anno abbiamo vissuto la sensazione che il deserto avesse preso possesso delle nostre città, soprattutto durante il lockdown. Ma il deserto è anche il luogo del pericolo e dell’essenzialità. E in quest’anno abbiamo imparato cosa davvero conta nella vita e ciò che, anche se ci appassiona ed è utile, è secondario. E ciò che conta alla fine è la relazione: per chi crede a partire dalla relazione con Dio che dà spessore a tutte le altre, per tutti in ogni caso le relazioni vere che si incidono nel cuore. Ci aspetteranno altri mesi così: come Gesù anche noi dal deserto possiamo uscire rinnovati, senza dimenticare la fatica di chi ha dovuto affrontare lutti, è stato lontano dai propri cari, sta vivendo situazioni difficili sotto il profilo economico, sociale, educativo... Come dicevo senza dimenticare tutto questo e anzi tenendolo ben presente, ora è necessario cominciare a guardare al dopo. Non possiamo farci trovare a terra, occorre ripartire con slancio, è necessario uscire dall’isolamento e dalla solitudine».

Anche Gesù, ha spiegato don Erio, è uscito dalla crisi insieme agli altri: «Usciremo da questa situazione se torneremo a essere comunità unita, se, quando sarà possibile, ci daremo tutti gli abbracci che abbiamo tenuto in serbo. La desertificazione delle città rischia di diventare desertificazione dei cuori, dobbiamo trovare le modalità per esprimere tutto il bene che in questo anno si è compiuto e si compie. Un bene spesso nascosto, ma certamente più grande del male e della sofferenza». La conclusione è una preghiera: «Chiediamo al Signore di farci continuare a essere in relazione e a curare i nostri fratelli». —

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