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Modena diventa capofila nella lotta allo spreco che parte dal frigo di casa
 
 

Con un innovativo progetto finanziato dal Ministero, l’Università vuole scoprire e può essere estesa la scadenza dei prodotti aperti correttamente conservati

Modena. Parte da Modena la nuova rivoluzione delle abitudini nella lotta contro lo spreco alimentare, in un’ottica di sostenibilità ambientale.  In questi anni ci si è concentrati molto sul riutilizzo dei prodotti integri e nella riduzione della plastica negli imballaggi.
 
Aspetti importanti, ma c’è tutto un altro “mondo” che resta fuori: quello del nostro frigo, e di ciò che vi togliamo nell’arco di 3-4 giorni anche se non l’abbiamo ancora del tutto consumato. Il barattolo aperto, insomma, o la confezione, da cui ci separiamo seguendo la classica indicazione che compare in etichetta con la dicitura: “dopo l'apertura conservare in frigorifero e consumare entro x giorni”. Non la data di scadenza del prodotto integro, sempre precisa, ma l’indicazione un po’ vaga di quanto lo possiamo utilizzare a confezione intaccata, ovviamente sempre mantenendolo in frigorifero. La cosiddetta “vita sullo scaffale” (“shelf life”) secondaria, quella in ambito casa.
 
 
I ricercatori dell’Università di Modena e Reggio sono convinti che possa essere molto più lunga di quanto si pensi: «Dal 50 al 100% in più rispetto alle indicazioni spesso approssimative ed eccessivamente prudenziali fornite dai produttori» spiega Fabio Licciardello, coordinatore di un progetto ad hoc, frutto della collaborazione tra il suo Dipartimento di Scienze della Vita e quello di Economia “Marco Biagi”. Ed è questo il progetto: un’indagine, con una serie di test costanti, su tre categorie di prodotti per i quali viene simulato in tutto e per tutto un utilizzo domestico prolungato.
 
Legato non solo a un numero maggiore di giorni di conservazione in frigo a confezione aperta, ma anche al numero di aperture del barattolo che si fanno, «perché ogni apertura crea una contaminazione microbica» precisa il ricercatore. 
 
 
Le verifiche sulla qualità prolungata dei prodotti sono a tutto campo, prevedendo analisi sia microbiologiche sull’idoneità al consumo che sensoriali, sul mantenimento del gusto. Il progetto è stato finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole, Agroalimentari e Forestali, e sarà ultimato entro agosto rappresentando la nuova frontiera nella lotta allo spreco alimentare.
 
Un discorso di natura etica, ambientale ed economica. 
Il “facile buttare” infatti è innanzitutto moralmente condannabile in un contesto globale che vede ancora 135 milioni di persone che muoiono di fame, secondo la stima Fao del novembre scorso. Poi è la creazione di ulteriore rifiuto da smaltire. Ma è anche la dichiarazione di inutilità di tutto l’investimento economico necessario alla creazione del prodotto “in più”.
 
Così come diventa inutile il danno arrecato all’ambiente in termini di emissioni legate a tutta la filiera necessaria per arrivare al prodotto: dalle coltivazioni alla fabbrica. 
 
Ecco perché il progetto è appoggiato dal Ministero, che in caso di conclusioni emblematiche (tipo passata di pomodoro ancora riutilizzabile dopo sette giorni) può raccomandare alle aziende di cambiare l’indicazione in etichetta, ove presente, o di esplicitarla, ove mancante. «Ma siamo in contatto anche con aziende locali di rilievo nazionale che hanno mostrato particolare sensibilità sul tema» precisa Licciardello. L’indagine prevede anche una parte sociale di analisi dei comportamenti dei consumatori (seguita dal Dipartimento di Economia) e una sorta di “piano B” per ridurre gli sprechi. 
 
Nel caso dalle risultanze non emergesse la possibilità di un effettivo aumento della capacità di conservazione nel barattolo classico, i ricercatori infatti lavorano anche a innovative modalità di packaging che lo potrebbero permettere rallentando il processo di alterazione. —