Contenuto riservato agli abbonati

Modena. Incarcerato senza sapere perché La Cassazione riapre il processo

L’incubo kafkiano di un meccanico indagato, imputato e condannato a cinque anni a sua insaputa

MODENA Arrestato sul lavoro e portato in carcere per scontare una condanna di cinque anni. Non sapeva neanche di essere stato denunciato e si è ritrovato in cella a Sant’Anna. Nessuno gli ha mai detto che era indagato per estorsione, né che era stato processato e poi condannato. Nessuna lettera legale gli è mai arrivata a casa. Ora la Seconda Sezione Penale della Cassazione ha riconosciuto le ragioni del suo nuovo difensore e ha emesso una sentenza che annulla il provvedimento che dichiarava esecutiva la condanna e ordina alla Corte d’Appello di Bologna di permettergli un processo di secondo grado affinché si difenda.

La vicenda kafkiana riguarda un meccanico incensurato 47enne. Nel gennaio di un anno fa i carabinieri si presentarono sul luogo di lavoro e gli dissero di preparasi per il carcere. Cascò dalle nuvole. Gli dissero solo che era stato condannato a cinque anni per un reato grave come l’estorsione. Lo portarono a Sant’Anna. La moglie, disperata e incredula, continuava a chiedere cosa fosse accaduto. Il nuovo avvocato, Luca Lugari, tentò il ricorso per bloccare la macchina della giustizia in attesa di chiarire in appello accuse che nessuno conosceva. Ma in marzo il tribunale di Modena respinse l’istanza e il suo assistito rimase in carcere, durante e dopo la rivolta. Dietro questo incredibile caso di incarcerazione “al buio”, senza un perché, c’è un altrettanto incredibile caso all’italiana che ricorda il vecchio film “Detenuto in attesa di giudizio” con Alberto Sordi.


Tutto nasce da un prestito di 500 euro fatto da Paolo (nome di fantasia per il meccanico) a un conoscente che incontrava al bar. Tempo dopo, quando gli chiede la restituzione del denaro, l’altro insinua di non avere mai avuto niente da lui. Paolo si altera, gli grida di ridargli i soldi o «ti taglio la gola». Questa frase diventerà il cuore dell’accusa di tentata estorsione nella denuncia che l’“amico” beneficiato dal prestito gli farà a pochi giorni di distanza. La denuncia arriva alla Procura che avvia un’inchiesta. Nessuno informa il meccanico che è indagato. Come si chiarirà in seguito nasce infatti un pasticcio con la corrispondenza giudiziaria. Paolo, all’oscuro di cosa stia avvenendo, cambia casa. Si sposta di poche centinaia di metri, ma sufficienti per perdere contatto con la vecchia residenza. Le raccomandate delle notifiche tornano tutte indietro: risulta che all’indirizzo in possesso della Procura non ci abita più. Nessuno si informa per sapere dove ora abita. Nessuno contatta l’anagrafe. Le lettere continuano a girare a vuoto anche dopo, quando gli viene nominato un avvocato d’ufficio per l’udienza preliminare. Alle udienze (più di una) l’avvocato si fa sostituire in questa causa da altri colleghi “volanti”. Il giudice non ordina nessuna ricerca dell’imputato contumace. Viene così rinviato a giudizio. Al processo avrà un altro avvocato d’ufficio che non lo reperirà mai. Né il giudice si interesserà di sapere che fine ha fatto. Il processo si svolge in sua contumacia. Tutto verte sul verbale d’accusa. Non ci sono testi per la difesa. Non avrà modo di discolparsi. Nel maggio 2019 viene condannato a cinque anni di carcere. L’avvocato d’ufficio non glielo comunica e soprattutto non ricorre in appello. Così la sentenza va subito in giudicato. Un timbro della Corte d’Appello chiude il caso e i carabinieri passano a prenderlo al lavoro. Così Paolo finisce in cella senza sapere cosa ha fatto. La moglie ingaggia un legale di fiducia. È l’avvocato Lugari, che, come detto, perde il ricorso per bloccare la macchina giudiziaria ma si rivolge alla Cassazione. Invoca le normative Cedu (Corte Europea) per le gravissime lesioni dei diritti degli imputati in contumacia in Italia sottoposti a processi a loro insaputa. La Cassazione, attenta la fenomeno, ora ha pubblicato una sentenza che dà ragione a Paolo. Secondo la Suprema Corte ha diritto a un processo di secondo grado per difendersi. Si ordina di annullare la sentenza contro il ricorso e anche il provvedimento per l’esecutività della pena. Ora si riaprono i termini per la richiesta dell’appello. «Anche se questo è un caso molto grave – spiega l’avvocato Lugari – non è purtroppo l’unico. Solo io tra Reggio Modena e Bologna ho una decina di casi analoghi di persone condannate a loro insaputa in contumacia. Purtroppo in Italia è una prassi diffusa, anche dopo la riforma del 2014». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA