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Modena. Lotta agli sprechi di cibo. «La vita di un prodotto aperto potrebbe durare il doppio»

Fabio Licciardello è il coordinatore del progetto “Shelf Life Secondaria” che vede in campo il Dipartimento di Scienze della Vita insieme a quello di Economia per differenti gradi di analisi 

in laboratorio

Fabio Licciardello, ricercatore 41enne arrivato tre anni fa a Modena, è il coordinatore del progetto “Shelf Life Secondaria”, ovvero “vita secondaria sullo scaffale”, condotto per l’Unimore dal Dipartimento di Scienze della Vita, a cui fa capo, insieme a quello di Economia.


Com’è nata l’idea?

«È partita dalla volontà di dare un contributo alla riduzione dello spreco alimentare innanzitutto, e dalla constatazione che l’industria alimentare si focalizza molto sulle indicazioni di scadenza dei prodotti integri ma resta molto più generica sulla conservazione a prodotto aperto. Che per nostre esperienze personali abbiamo rilevato superiore a quella indicata. Da qui l’idea di sperimentare con metodo scientifico la dinamica su una serie di categorie iniziali: conserve vegetali, latti e sostituti vegetali del latte, prodotti di salumeria».



Come funziona la ricerca?

«Il piano di campionamento prende in esame circa un centinaio di confezioni per categoria, simulando in laboratorio i vari scenari di utilizzo domestico parziale: dal numero delle aperture al tempo di conservazione in frigo. Poi i prodotti verranno sottoposto ad analisi di laboratorio per capire se sono ancora utilizzabili e ad analisi sensoriale per vedere se sono ancora buoni al gusto».

Quanta vita in più potrebbero avere secondo voi?

«Dal 50% al 100% in più, ovviamente sempre previa corretta collocazione in frigorifero. In sostanza, pensiamo che buttiamo via alimenti ancora buoni, seguendo le indicazioni di etichetta senza neanche assaggiarli».



Perché è così importante la lotta allo spreco alimentare?

«Intanto perché qualsiasi tipo di spreco solleva problematiche etiche ed economiche. Poi perché il tema è strettamente correlato a quello della sostenibilità ambientale, così prioritario ormai sull’agenda globale ma con un approccio ancora troppo limitato. Ci si focalizza molto sulla plastica, ma si dimentica che l’industria alimentare è tra le prime fonti di impatto, sia per le energie che le emissioni legate. Sprecare alimenti significa sprecare anche le risorse necessarie a produrli».

Se i risultati sono buoni dunque non vi fermerete?

«Se risultati delle tre categorie prese in esame confermeranno l’ipotesi, vorremmo poi estendere le analisi ad altre merceologie, dando origine a un vero e proprio filone: si potrebbe allargare la ricerca a tutti i prodotti confezionati. Con l’auspicio di poter contribuire davvero a un cambio di mentalità: ecco perché alla valutazione scientifico-empirica ne viene affiancata una di tipo sociale da parte del gruppo di Economia, per capire se e come è possibile cambiare le nostre abitudini». —

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