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San Prospero. Quel lambrusco Retrò affinato nelle anfore in terracotta d’autore

Esperimento partito nel 2017 L’intuizione di Carlo Cavicchioli erede della dinastia dei vini «Pronte le prime 450 bottiglie, uniamo novità e tradizione»

SAN PROSPERO. Il lambrusco invecchiato in anfore di terracotta come lo facevano gli antichi Romani? Tutto è possibile anche perché a riscoprire questa tecnica di vinificazione per il lambrusco è Carlo Cavicchioli, 26 anni e robusti studi enologici alle spalle, l’erede più giovane della dinastia dei vini.

Anche lui, come il padre Sandro, è cresciuto tra silos d’acciaio, botti di legno e i barrique nell’azienda di famiglia.


Dopo la riorganizzazione produttiva di una decina d’anni fa e l’acquisizione della “Francesco Bellei”, ha deciso di spingersi su un terreno inesplorato. È stato il primo nella nostra provincia a fiutare il vento di un settore di nicchia, dove le etichette certificano anche la curiosità e la pazienza. Così è arrivata la scoperta del vino creato nella terracotta, come in Georgia da sette-ottomila anni, e in Spagna, dove sono ancora attive le “tinajas” secolari.

«Non mi muovo per seguire una moda – spiega Carlo Cavicchioli – Non ho intenzione di creare curiosità da collezione. Diciamo che la tradizione enologica di famiglia e quella della “Francesco Bellei” hanno sempre precorso i tempi per quanto riguarda le innovazioni. Mio padre ha provato per anni prima di arrivare al Rosè del Cristo, partendo dal lambrusco, che è stato chiamato lo “champagne in rosa”. Ma la produzione tradizionale rappresenta tutta la produzione, quella in terracotta la stiamo testando e sperimentando anche per vedere come reagiscono i mosti nella terracotta».

Sulle 30mila bottiglie che escono dalla Tenuta Forcirola a San Prospero con l’etichetta “Francesco Bellei” i mille litri nelle due anfore sono già un risultato. Le prime 450 bottiglie, nate da un lavoro partito nel 2017, sono in vendita, pronte per le degustazioni per appassionati, nelle enoteche e nei ristoranti. Da qui in poi ogni anno avrà la sua storia, salvo sorprese; la gestione delle grandi anfore da 500 litri è laboriosa, proprio per lo scambio di minerali, dei tannini e delle componenti che trasformano il mosto in vino.

«Questo vino lo abbiamo chiamato “Retrò” – sottolinea Cavicchioli – per sottolineare il suo aspetto antico ma con un gusto moderno». L’etichetta strizza l’occhio ai quadri di De Chirico e il nome del vino è scritto solo sul retro della bottiglia. Chiaro che il Sorbara da queste parti la fa da padrone e che gli altri due vitigni tipici della tradizione modenese, il Salamino e il Santa Croce, finiscono per completare la platea delle etichette con le giuste proporzioni. Ma nella patria che ha visto il risorgimento, com’è giusto chiamarlo, del nostro lambrusco dopo la banalizzazione degli anni ’70, ogni produttore cerca lo spunto migliore per l’affinamento.

«All’università di Pollenzo – sottolinea con un’ allegra perfidia il giovane Cavicchioli – i piemontesi arricciavano il naso quando parlavo del nostro lambrusco. Per loro era acqua frizzante, neppure vino».

La riscossa dei lambruschi ‘alta gamma è passata lentamente, con basse produzioni per ettaro, mediamente un terzo di quando mezzo secolo fa c’era chi vantava 500 quintali per ettaro. E poi c’è stata la cura, grappolo per grappolo, sui filari. Se è vero, com’è vero, che la lavorazione tra le zolle vale la metà della riuscita di un buon vino, è pacifico che il resto si fa in cantina. E qui, nel quadrilatero d’oro dove già i Romani (sempre loro) coltivavano l’uva dalle bacche nere, con il gusto asprigno che la caratterizzava, ci sono i vigneti migliori. Tradizione e innovazione si sposano, e la riprova arriva sempre dalla famiglia Cavicchioli dove papà Sandro partì nell’89 in Franciacorta, quando uno dei più famosi vini italiani oggi più famosi non era ancora in grado d’impensierire lo champagne. Oggi da quella cantina escono 650 mila bottiglie. —