Modena. Ruggero insegue il tempo tra le lancette degli orologi

È uno degli ultimi “riparatori” rimasti in città, e insegnerebbe volentieri l’arte «Ma ai giovani non interessa, non entrano neanche qui. Però se capitasse...» Da 40 anni la sua attività è in via Viterbo a Modena

MODENA Il ticchettio di un grande orologio a pendolo scandisce il tempo (e bandisce il silenzio) all’interno della gioielleria-orologeria di Ruggero Cerfogli “Ori e Ore” ospitata in via Viterbo 62. Una volta varcata la porta, tutto appare chiaro: davanti gli orologi si vendono, dietro si riparano.

Modena e i suoi mestieri: Ori e ore, l'orologiaio di via Viterbo



«Mio padre era un orologiaio e aveva un botteghino di pochi metri nelle vicinanze, io ho aperto qui 40 anni fa - spiega l’artigiano, uno dei pochissimi (si parla di 4, forse 5) riparatori di orologi rimasti in città - la mia generazione aveva il mito di imparare un mestiere e mettersi in proprio, era considerato un obiettivo. Adesso non è più così, e non ho mai trovato un giovane davvero interessato a cui insegnare quello che so». Considerati i piccolissimi numeri attuali, basterebbe che qualche modenese oggi dicesse “voglio imparare io” per garantire un futuro a questa antica attività artigianale. Succederà?

Dunque lei ha imparato da suo padre…

«L’ho appreso da lui, anche se non mi insegnava: ho osservato tanto. Diciamo che c’era una sorta di competizione tra noi: lui mi vedeva acerbo e mi dava ordini mentre io per sfida volevo dimostrare che ero capace. Però sono riuscito a farlo contento, temeva che la sua attività non avesse un seguito. Io avevo fatto elettronica all’istituto tecnico ma comunque il lavoro mi piaceva. C’era però un fatto da considerare: in ciascuno di noi c’è il desiderio di farsi da sé e per questo li comprendo i figli che decidono di non seguire le orme dei genitori… A volte sembra quasi di essere degli incapaci a non fare altro e invece non è vero. Ma, come diceva Leonardo Da Vinci, bisogna che l’allievo superi il maestro, altrimenti non è un buon allievo».

Com’è che lei il mestiere non lo ha ancora insegnato a nessuno?

«Perché non c’è mai stato un giovane interessato. È raro anche solo trovarne uno che entri qui dentro e faccia delle domande».

Dunque se domani un ragazzo o una ragazza entrasse nel suo negozio e le dicesse di voler imparare a riparare orologi, lei sarebbe disponibile?

«Mi piacerebbe. Poi è chiaro che ci vuole una persona adatta, con cui instaurare un rapporto di fiducia. Io mi spenderei volentieri per qualcuno di davvero interessato, perché insegnare richiede molto tempo. Una volta, quando un ragazzo "andava a bottega", si usava che il primo anno pagava lui, e il secondo veniva invece pagato».

Qui dentro vedo e sento diversi orologi a pendolo. Un tempo erano una presenza fissa nelle case e venivano regalati anche per i matrimoni o altre occasioni importanti. C’è ancora chi li porta a riparare?

«Io ne riparo molti, ho riempito non solo il negozio ma la casa di orologi a pendolo di clienti, in paziente attesa della riparazione. Certo non sono ragazzi: stia sicura che se ai giovani lasciano un appartamento arredato, la prima cosa che buttano fuori è proprio questa. Non ne vogliono sapere. Oggi quasi nessuno li ripara più perché occorre molto tempo e più di tanto al cliente non si può chiedere. E poi hanno tanti “chilometri” alle spalle: quando ci si mette le mani, c’è spesso da rifare tutto».

Quanto ci vuole?

«Una mezza giornata o un giorno intero. Purtroppo lo si capisce poco da fuori. Quando un muratore tira su un muro è facile riconoscere il suo lavoro, si vede. Se io lavoro il doppio delle sue ore per una riparazione, non si vede niente. Sapesse le frasi che mi sento dire… Se a qualcuno prendo poco, pensa che non ci ho fatto niente e magari dice: “Ah, si vede allora che bastava muoverlo un po’”. Se dico che l’ho pulito, c’è chi pensa che l’abbia strofinato con un panno».

Cosa vuol dire invece “pulire” un orologio?

«Vuol dire smontarlo tutto, revisionarlo dalla A alla Z con pulitura e lubrificazione. Adesso è meglio non utilizzare più questo termine perché viene frainteso».

Cosa ama del suo lavoro?

«Tutto. Riuscire a risolvere un problema, fare tesoro di quello che so. Esistono cose che sono solo tra me e l’orologio, con il quale ho sempre buoni rapporti anche se lo smonto quattro volte. Ci sono i momenti di sofferenza e quelli di soddisfazione. E a volte uno si nutre più di questi ultimi che del denaro. Se uno facesse questo mestiere solo per i soldi... Beh, farebbe altro. Sono ancora pieno di lavoro, ma oggi è diventato difficile lavorare alla maniera di una volta, perché quando entrano le persone sono costretto a interrompermi. E accade spesso. Prima c’era meno affluenza ma più concreta, e la riparazione serviva per tenere agganciato il cliente. Della serie: “Oggi ti faccio una riparazione, domani ti vendo un orologio”. Adesso purtroppo la vendita soffre e la nostra fascia di clientela, quella media, è la più penalizzata». —

CORSA A OSTACOLI PER TROVARE I PEZZI DI RICAMBIO

Oggi per i riparatori di orologi reperire i ricambi è diventato un problema quando si parla di grandi marche.
«Se con il prodotto economico e con quello medio fila tutto liscio, i brand fanno fatica a fornirli e i grandi usano proprio il contagocce - spiega Ruggero, artigiano di “Ori e Ore” - io riesco ad averli perché ho un buon rapporto con i fornitori, ma devo sempre penare. Chi compra ad esempio un Cartier avrebbe anche diritto a farlo sistemare da un riparatore di fiducia senza doversi per forza rivolgere al centro assistenza della casa madre, che magari per una cosina te lo rimanda indietro completamente revisionato facendoti pagare anche il preventivo. Diciamo che per non passare per quelli che non forniscono i ricambi, oggi te li danno e domani no. Insomma, ti creano ostacoli».


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