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Modena. La storia/ Elisabetta a cuore aperto «Così ho vinto l’anoressia»

Testimonianza toccante sui disturbi del comportamento alimentare La donna modenese oggi ha quasi 56 anni «Ero bambina, vomitavo emozioni e rabbia

MODENA «Tutto cominciò a 11 anni con la comparsa del mio ciclo mestruale, da quel giorno iniziai a vedermi troppo grassa» . Sono queste le parole di Elisabetta Ferri, una donna modenese che in occasione della giornata nazionale del Fiocchetto Lilla dedicata ai disturbi del comportamento alimentare (Dca), ha deciso di raccontare la sua storia di dolore, di sofferenza ma anche di rinascita.

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«Tanti possono essere i motivi, dal rapporto con i genitori, ai modelli di corpi perfetti e irraggiungibili che la società continua inesorabilmente a propone ad una predisposizione caratteriale nei confronti delle dipendenze. Personalmente ho sempre avuto un legame emotivo molto forte con mio padre, un uomo dalla personalità estremamente determinata e ingombrante per quanto fosse totalmente dedito ai bisogni della famiglia. Ma nel diventare ragazzina cominciai a percepire una sorta di ribellione non solo nei confronti di certe sui idee ma anche e soprattutto verso sue abitudini alimentari che prediligevano carboidrati e grassi imposte automaticamente a tutta la mia famiglia senza possibilità di replica. Quello per me era il momento delicato dello sviluppo, il mio corpo cominciò a subire quelle modificazioni femminili e naturali, ma più vedevo crescere le rotondità, più mi sentivo grassa, condizionata dalla moda degli anni Settanta. Così per ribellione smisi di mangiare o se mangiavo poi mi chiudevo in bagno e vomitavo. Ma ovviamente c’era dell’altro sotto».



E cioè?

«Il fatto che non mi sentissi compresa e capita dalla mia famiglia. Per esempio più crescevo più i miei interessi andavano verso la poesia, la letteratura, la psicologia e la filosofia. Ma questi miei interessi non così comuni per dei ragazzini, non furono mai presi in considerazione e dopo la terza media la scelta della scuola superiore non poté che ricadere su un istituto tecnico economico per quella vecchia questione che una volta raggiunto il diploma avrei subito trovato il lavoro. Intanto però il mio malessere aumentava così come l’ossessione per il mio corpo che vedevo sempre più grasso».

E cosa facevi?

«Alternavo momenti di anoressia ad altri di bulimia. La bilancia e lo specchio erano diventate le mie ossessioni. In realtà, se guardo indietro col senno di poi, ho sempre avuto la fortuna di avere un fisico molto atletico e asciutto, ma non mi bastava, la percezione era di essere sempre troppo grassa. Poco importava se in famiglia non facevano che ripetermi di mangiare, che stavo bene come ero, che erano solo delle mie fissazioni e che stavo dimagrendo troppo. Anzi, più mi dicevano questo più mi convincevo del contrario. Sono arrivata a pesare 42 chili e a non riuscire a tenere nemmeno un crostino di pane».



Quale era la cosa che più ti infastidiva sentirti dire?

«I commenti di mamma che quando vomitavo, davanti a tutti, mi diceva “Adesso vai a pulire”. Lo so bene che non lo faceva con cattiveria. Purtroppo erano tempi diversi, non c’era l’informazione che abbiamo oggi. Ma percepivo le parole di mia madre come una umiliazione».

Possono i disturbi del comportamento alimentare considerarsi “una fame d’amore”?

«Si, decisamente. Così come ritengo siano una forma di protezione contro il male al quale spesso non si riesce a dire dei no. Credo si vomiti la negatività, la rabbia, le emozioni che non si esternano perché ci si sente e rende invisibili per l’altro».



Quando c’è stata la presa di consapevolezza da parte tua che per guarire dovevi chiedere aiuto?

«Tardi, a 43 anni quando mi ricoverarono. Il mio corpo si auto divorava. Ormai non riuscivo a mangiare più niente. In realtà dai venti a quarant’anni la situazione era notevolmente migliorata. Mi innamorai, mi sposai ed ebbi due gravidanze. I sintomi si sono attenuati nonostante le tante difficoltà. Come spesso accade a chi soffre di anoressia, la gioia e l’accudimento dei bambini tengono molto impegnati, ma purtroppo l’ossessione mentale non era sparita, tant’è che appena i ragazzi furono un poco cresciuti ecco la ricaduta più brutta della mia vita che mi vide sull’orlo del baratro ma che mi fece dire basta, ora voglio affrontare il problema. Da lì iniziai a rivolgermi a chi poteva aiutarmi davvero. Al Centro dei disturbi comportamentali dell’Ausl di Modena conobbi il dottor Dante Zini che fu determinante nel mio percorso di guarigione. Poi intrapresi dei percorsi di “auto aiuto OA” a Reggio Emilia ma presto capii che avevo bisogno di un momento di stop da dedicare solo a me stessa e alla mia guarigione scegliendo la strada di una comunità terapeutica a Todi presso Palazzo Francisci diretta dalla dottoressa Laura della Ragione, allora referente nazionale dei disturbi alimentari».

Ti fu di aiuto questo percorso?

«Assolutamente si. Li c’è stato il vero capovolgimento della mia vita. Ci si allenava al ragionamento, a smontare le credenze sulla malattia attraverso il pensiero di filosofi antichi e moderni con discipline complementari finalizzate al ritrovamento di un equilibrio e un benessere psico fisico. Ma ciò che credo abbia contribuito in modo sostanziale alla mia guarigione sia stato il counseling filosofico, tenuto dalla professoressa Paola Bianchini di Perugia, che purtroppo è scomparsa da poco ma ci ha lasciato due bellissimi libri di cui ne consiglio la lettura: “Il cuscino viola” e “L’anima ha bisogno di un luogo”».

Ora come stai?

“A quasi 56 anni posso dire di stare decisamente bene. Certo non posso negare che i disturbi del comportamento alimentare lascino degli strascichi sia fisicamente che psicologicamente. Ma ora mi accetto, vivo con maggiore serenità il mio peso e il mio corpo in continua evoluzione e cambiamento come qualcosa di naturale».

Cosa ti senti di consigliare alle famiglie che ancora stanno affrontando questa malattia?

«Di non sottovalutare qualsiasi segnale che possa ricondurre a queste tipologie di disturbi e di rivolgersi ai centri specializzati di cui Modena e Bologna sono all’avanguardia. Tra questi non si dimentichi l’associazione Fanep di Formigine che raccoglie genitori di figli da Dca». —

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