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Modena. Processo per odio razziale sui social: «Non odio i nomadi, la mia era una critica»

Dopo la molotov su Facebook commentò “Legittima offesa”: «Sottolineavo l’inerzia del Comune verso un abuso edilizio»

Carlo Gregori

Tre hanno deciso di non rispondere alle domande in tribunale, uno ha risposto e due erano assenti. Il processo contro i sei presunti haters autori di commenti sui social che nel 2014 incitarono all’azione violenta contro una famiglia di nomadi modenesi e a un odio compiaciuto, una volta attuata, ieri è entrato nel vivo delle accuse. Per prima è stata ascoltata la presunta vittima, un 32enne della famiglia De Barre, che nel 2014 si era trasferito dalla microarea di famiglia, tropo affollata, sul terreno di via Ponte Ghiotto diventato oggetto delle critiche. Un terreno ad uso agricolo, come ha spiegato ieri, di proprietà del figlio di allora di 6 anni (glielo donò il nonno), sul quale venne abusivamente installata una casetta mobile con un bagno chimico esterno adiacente alla zona notte.


De Barre ha spiegato di essere stato oggetto di una campagna di odio dopo che la Gazzetta si era interessata di questo insediamento abusivo attraverso due servizi specifici. Servizi giornalistici che non gradiva, come ha poi chiarito il fotografo, rincorso e minacciato da De Barre per aver fotografato la sua casa abusiva. Fatto sta che nel dicembre 2014 la pubblicazione degli articoli sulla popolare pagina Facebook “Sei Modenese” e poi sula pagina Fb della Gazzetta scatenarono gli haters con parole di odio e di morte contro i nomadi in generale in particolare contro quella famiglia e quell’insedimento. Ci furono incitamenti a distruggere col fuoco dell’abitazione. E così avvenne poche sere dopo: una molotov colpì il bagno chimico distruggendolo. I giorni seguenti, alla notizia dell’agguato notturno, seguirono altri commenti di odio. «In generale – ha spiegato De Barre alla corte – l’80 per cento dei commenti erano carichi di odio. E di questi la maggioranza di odio contro noi nomadi e la nostra famiglia».

Di qui la decisione di sporgere denuncia e ora di partecipare come pare civile al processo (è assistito dall’avvocato Nicoletta Tietto, anche sei inizialmente minacciata da anonimi haters).

Alla postazione dei testimoni è poi salito uno dei presunti haters che ha deciso di spiegare il senso del suo intervento. Dopo la molotov postò infatti un commento che diceva: “Azione inevitabile. Legittima offesa”. Difeso dall’avvocato Francesca Pecorari, il geometra e imprenditore del settore turismo 44enne, oggi residente in Sardegna, ha spiegato lungamente al pm Francesca Graziano e ai giudici che non intendeva denigrare i nomadi. Voleva denunciare una situazione di degrado, come faceva da tempo sul suo blog anche per altri casi in città, e soprattutto l’inerzia del Comune di Modena di fronte a un palese abuso edilizio. «Ho commentato prima che la situazione degenerasse. Volevo portare a conoscenza della cittadinanza la situazione e spronare l’amministrazione comunale che mi pareva inadempiente. Dopo gli articoli sulla Gazzetta nessuno aveva fatto nulla. Se c’è una situazione di illegalità e di lamentela dei cittadini, si crea nel cittadino una sensazione di abbandono e si rischia che qualcuno si senta legittimato a compiere un gesto offensivo. Il problema non era chi commetteva l’abuso ma l’amministrazione che non interveniva. Non volevo incitare all’odio», ha concluso. Gli altri imputati presenti in aula hanno scelto di non rispondere: si tratta di un 64enne pensionato ex magazziniere di Fiorano, un camionista 44enne di San Prospero e di un autista 39enne di Bomporto. —

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