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Beni confiscati alla criminalità organizzata nel Modenese. Manca trasparenza, ma qualcosa si muove

Rapporto “RimanDati” di Libera: in regione solo la metà dei Comuni pubblica dati e informazioni per agevolare il riuso

MODENA Si chiama “RimanDati” ed è il primo report nazionale sullo stato della trasparenza dei beni confiscati nelle amministrazioni locali. Lo hanno elaborato Libera contro le Mafie, Gruppo Abele e università di Torino, dipartimento di Culture, Politica e Società.

Si tratta di un monitoraggio su come i Comuni italiani trattano, gestiscono e comunicano i beni confiscati alla criminalità organizzata. Un tema che riguarda da vicino anche Modena dove le operazioni di polizia giudiziaria degli ultimi anni hanno portato ad imponenti sequestri e confische – celebri sono le realtà legate a Aemilia – ma dove non mancano neppure i provvedimenti che arrivano per conto di altri tribunali. E se la mappatura e il lavoro dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati trova sempre più impegni nel nord, ciò significa che il tema del riutilizzo di aziende, edifici, beni immobili e società diventa argomento non più rinviabile.



«I beni confiscati, una volta entrati nel patrimonio pubblico e, ancor più, una volta portati a riutilizzo sociale, cessano di essere luoghi esclusivi e simbolo del potere criminale sui territori per rinascere a nuova vita, trasformandosi in luoghi inclusivi al servizio della comunità e, in particolare, di chi fa più fatica». Parte da questa premessa l’imponente lavoro di “Rimandati” che offre una fotografia a luci e ombre dell’Emilia Romagna. La mappatura complessiva riguarda 1076 Comuni, 38 dei quali sono nella nostra regione. Per valutare la situazione si è preso spunto dal portale Open Regio dell’Anbsc e poi i ricercatori hanno incrociato i dati con le voci dell’amministrazione trasparente dei vari Comuni. E il primo dato narra che soltanto il 50 per cento delle realtà emiliano-romagnole pubblicano sui propri siti l’elenco dei beni confiscati come invece prevede la legge. E più le realtà sono piccole più è elevato il rischio che manchi quell’informazione, considerata il primo passo per la riassegnazione a realtà del territorio. «Il riuso va guardato non solo come una fase conclusiva e di completamento di una politica di contrasto indiretto alle mafie, ma soprattutto come un’associazione di proficua sinergia tra amministrazioni locali e cittadinanza, tra pubblico e privato sociale, un’opportunità di estrema importanza per migliorare la stessa qualità della democrazia».



Modena sta provando a rispondere con competenze e progettualità all’aumento dei beni attraverso prevalentemente piani comunali che poi coinvolgono realtà sociali locali, in quella che sta tentando di diventare una sinergia affidabile e duratura. I casi di Nonantola, Castelfranco, Maranello e Formigine, che andremo a raccontare nella prossima puntata, ne sono soltanto un tangibile esempio così come ha fatto scuola il percorso dell’avvocato Rosario Di Legami sull’imponente complesso della Bianchini Costruzioni di San Felice, società affidata all’amministrazione giudiziario dal giudice Alberto Ziroldi di Bologna. —

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