Pavullo. Il legno prende vita con Tiziano «Ma non chiamatemi artista»

Cantergiani lavora alle poste ed è vicino alla pensione Per le sue opere oltre ai tronchi utilizza anche la pietra «Detesto le superfici anonime»

PAVULLO. La mattina è puntuale come sempre allo sportello postale. Ma appena a casa prende gli attrezzi per trasformare i tronchi di legno in gigantesche sculture. Ne ha scolpite negli anni una ventina, assieme ad altre decine più piccole che diventano figure fiabesche. E quando si stanca del legno c’è la pietra. Oppure pennelli e colori a olio con cui ha riempito di quadri e di decorazioni la sua casa di Miceno, un edificio in pietra che domina la valle a poca distanza dalla chiesa.

Pavullo: Il legno prende vita con Tiziano Cantergiani



La vita di Tiziano Cantergiani, 62 anni, perito chimico di formazione, nato a Benedello, cresciuto a Vignola, con studi a Modena e Bologna, ha trovato il suo approdo quando è tornato nella patria pavullese. Anche se ogni giorno deve macinare chilometri di strada per raggiungere le filiali in montagna dove di volta in volta deve moltiplicarsi tra amministrazione e sportello, il ritorno a casa lo ripaga anche delle fatiche del pendolarismo. E a due mesi della pensione pensa a come mettere ordine tra le centinaia di pezzi che ha messo insieme in tanti anni di attività, contrassegnati da pochissime esposizioni, comprese due mostre collettive con artisti modenesi.

«Per piacere, non chiamatemi artista – dice fintamente esasperato – Chi si occupa di arte a tempo pieno ha un messaggio da lanciare al mondo. Io dipingo e faccio sculture, detesto le superfici squadrate, spoglie. Mi sembrano nude e mi danno un senso di freddezza. E in un ciocco di legno, piuttosto che nel blocco di una radice abbandonata dopo il taglio dell’albero vedo forme che si fanno strada mentre lavoro con lo scalpello».

Certo che di tempo per tirar fuori le immagini astratte e lavoratissime dalle radici ce ne vuole parecchio. Vengono le vertigini a vedere un complicato arabesco in tre dimensioni, fatto di pieni e di vuoti senza soluzioni di continuità, ricavato da quello che doveva essere un ceppo grande come una grossa lavatrice. Persino la cucina di casa porta le tracce di quest’attività febbrile, che non lo porta a vendere ma a produrre sempre nuovi lavori. Le ante degli armadietti dove tiene i piatti, sopra i fornelli, sono l’equivalente di ciò che si vede dalla finestra del piano superiore, un’immagine continua divisa su tre ante lunga quasi due metri e mezzo. Tutto intorno, dal laboratorio ai corridoi ci sono immagini di varie tecniche, che lo accompagnano sino al giardino. I visi lunghi come di antiche divinità, simili alle gigantesche statue dell’Isola di Pasqua, sono sparse nel prato davanti a casa. Altri visi e immagini in pietra si rincorrono tra le primule che guardano verso Pavullo.

«Guardi queste statue in terra cruda, sono di mio cugino Gabriele, il mio primo maestro» dice con un velo di tristezza indicando lavori che denotano una mano sicura e felice. Ma quello che è stata la sua guida nel mondo dell’arte, affascinato dalle immagini di Botero che riproduceva con visi tratti dalle strade di Pavullo, ora non c’è più. Nella casa museo di Miceno sono rimasti soltanto i suoi ricordi. «Lo so che non diventerò ricco – dice con ironia – anche perché se uno non si mette in mano a un collezionista, a un mercante d’arte i suoi lavori non circolano. Ma a me piace questo lavoro, ho sempre nuove immagini da trovare e sperimentare con i vari materiali mi è sempre piaciuto. Il prossimo obbiettivo? Non lo dico per scaramanzia. Quando sarò in pensione tra un paio di mesi o poco più prenderò delle decisioni». —

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