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Formigine. Anziani morti nella Cra, il gip archivia il caso La rabbia del comitato

Il giudice dà ragione alla Procura per l’Opera Pia Castiglioni  «Nessun nesso tra cure errate e decessi in struttura» 

FORMIGINE Il giudice ha archiviato il procedimento avviato dopo gli esposti contro la casa di riposo Opera Pia Castiglioni di Formigine per i decessi per Covid avvenuti lo scorso anno nella struttura. Con questa decisione il gip Andrea Romito accoglie la richiesta della Procura presentata lo scorso 29 dicembre. Una proposta di archiviazione contro la quale il comitato dei famigliari delle vittime in Emilia Romagna aveva presentato un’opposizione agguerrita e corposa, accompagnata da una relazione dettagliata e documentata di oltre 40 pagine. Nella cra Opera Pia Castiglioni si sono verificati 22 decessi, di cui 13 riconducibili al virus. Sette sono state le denunce presentate dai famigliari, di cui sei appartenenti al comitato.

L’ordinanza con cui il giudice motiva la scelta di archiviare parla di una “fase storica nella quale si collocavano gli eventi in esame e delle ridotte conoscenze scientifiche sul nuovo virus e sulla modalità di diffusione e trasmissione” tali per cui non sia possibile “addebitare al personale della struttura sanitaria la responsabilità per la scelta errata delle cure” o altri comportamenti non rispettosi delle regole.


Il gip si rifà alla sentenza 7783 dell’11 febbraio 2016 e sulla base di questa dice che non sembra dubitabile che un pericolo di trasmissione del Covid fosse identificabile ex ante, in anticipo, quindi, e che gravasse sul personale della Cra l’obbligo di adottare misure di prevenzione. Al tempo stesso, però, secondo il giudice non si può dire altrettanto in merito all’evitabilità dell’evento. Si indica anzi come fosse assente una qualsiasi legge comportamentale che non è stata individuata nemmeno oggi nella comunità scientifica. Si assume, quindi, che il personale sanitario della cra formiginese fosse totalmente privo “di indicazioni specifiche da parte della comunità scientifica e che hanno dovuto necessariamente procedere per tentativi rispetto alle terapie e ai farmaci somministrati”.

In conclusione, il gip non rileva il nesso tra la fonte del contagio o l’errata cura e i decessi.

Una decisione arrivata come un macigno sul comitato dei famigliari delle vittime che manifestano indignazione, rabbia e delusione. E annunciano il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo per fare valere le proprie ragioni.

«Non ci daremo per vinti – afferma l’avvocato Gianni Casale, che assiste fin dall’inizio il comitato – nemmeno di fronte alle motivazioni dell’archiviazione, liquidate in meno di due pagine a fronte della questione molto più complessa. Questi decessi meritino più approfondimenti. Inoltre, noi non affermiamo che li abbiano curati in modo sbagliato, ma che non siano stati adeguatamente protetti».

Anche la portavoce del comitato, Francesca Sanfelice, manifesta apertamente la propria amarezza. «Noi speravamo in un processo per avere chiarezza, perché finora non l’abbiamo mai avuta – afferma – Evidentemente non si vuole che si faccia luce sulle morti dei nostri cari. Ci sembra che non si voglia scoperchiare il “vaso di Pandora”. Sono arrabbiata e amareggiata da queste motivazioni molto generiche. Come sempre, nel merito non entra mai nessuno. Vedere tutto liquidato a due righe è profondamente avvilente».

Il comitato non starà con le mani in mano. «Valuteremo un reclamo e andremo fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo – afferma la portavoce – Non vogliamo per forza una condanna, ma chiarezza. I nostri cari ne hanno il diritto». —

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