«I ristori allo sci? Così è una presa in giro»

«Col Decreto quasi tutti i 490 milioni al Trentino Alto Adige lasciando briciole all’Appennino e alle altre stazioni delle Alpi»

Gianluca Pedrazzi

Sul tavolo il governo, con il Decreto della settimana scorsa, ha messo cira 700 milioni di euro per la montagna. Il turismo invernale. Mettendoci dentro tutto quel che vuol dire l’industria del turismo bianco a una condizione: che si faccia riferimento a stazioni legate allo sci. E fin qui ci siamo. Meglio ancora se si pensa alla cifra stanziata, superiore alle attese iniziali. Solo che.... «leggendo tra le righe del Decreto, e che quindi verrà convertito in legge nel giro di qualche settimana se non interverranno modifiche, all’Appennino da Nord a Sud ma anche a buona parte delle Alpi andranno briciole. L’80% di quanto stanziato finirà infatti al Trentio Alto Adige. Ai suoi impiantisti, proprietari o gestori, alberghi, indotto, tutto quello che fa riferimento e movimenta lo sci. Agli altri le briciole. Qui nessuno vuole guadagnarci dalla pandemia. Ma se resterà così il Decreto segnerà la fine del turismo bianco anche sul Cimone, alle Piane di Mocogno, Abetone, tutte le altre stazioni della dorsale appenninica, ma pure di comprensori della Alpi. Si toglie ancora di più ai poveri per dare ai ricchi e questo non lo accetteremo», tuona Luigi Quattrini presidente regionale di Federfuni, l’associazione che comprende tutti gli impiantisti dell’Appennino ma anche di Lombardia (pensiamo a Bormio, Aprica...), Veneto, Friuli, Valle d’Aosta.


Per Quattrini (sestolese, storico ex direttore del Consorzio del Cimone) e Federfuni, presieduta da Andrea Formento, direttore degli impianti del comprensorio sciistico dell’Abetone, il Decreto rivolge lo sguardo e i ristori solo o quasi al Trentino Alto Adige, che ruota soprattutto attorno il comprensorio sciistico del Superski Dolomiti, catalizzatore ogni anno di una valanga di turisti e sciatori che ne fanno il comprensorio bianco numero uno al mondo. Giusto. Meritato. Ma... che dice il Decreto? Dice che il governo mette a disposizione dell’azienda turistica invernale 700 milioni e di questi, passando attraverso le Regioni, ai proprietari e gestori di impianti di risalita, maestri di sci (da due inverni senza lavoro...) e tutte le altre attività legate al turismo andranno circa 490 milioni. Che sono una quarantina in più di quello di cui si parlava nei giorni precedenti il Decreto. E allora perché Quattrini e tutte le altre stazioni associate a Federfuni non ci stanno?

«La ripartizione dei 490 milioni avverrà sulla base dei posti letto e del sistema alberghiero. Delle presenze turistiche. Se pensiamo che da solo il Trentino Alto Adige ha una rete e una capacità ricettiva (le seconde case e quindi gli appartamenti in affitto non vengono calcolati) che da solo copre il 70-80% del turismo invernale è chiaro che a tutte le altre stazioni e a tutti gli altri impiantisti, anche delle Alpi, come Lombardia, preAlpi, Veneto, Valle d’Aosta, Friuli e dell’arco Appenninico (Cimone, Corno e Abetone in testa) andranno meno delle briciole. E quel poco che arriverà dei ristori non servirà a dare un futuro. Ci sono stazioni che rischiano di chiudere. E il Cimone, che per lo stop di due stagioni non ha incassato almeno 4,8 milioni, è tra queste...».

In missione a Roma per bussare alla porta di tutti i partiti ragionando sui possibili ristori (si pensava di prendere in considerazioni i bilanci degli ultimi tre anni, escludendo l’inverno 2019-2020 che portò alla chiusura per la pandemia, perché da dicembre a marzo in Appennino quasi non nevicò....) una delegazione di Federfuni era stata tranquillizzata.

«Ma le cose, guardando il Decreto,hanno preso una direzione che fa gli interessi di una sola parte della montagna. Da ieri ci stiamo attivando per evitare che il Decreto diventi legge. Anef pesa di più ma qui si prende in giro tutto il resto della montagna italiana», attacca Quattrini che con Federfuni promette di portare in piazza tutto l’Appennino. —