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Troppo lo stress legato al Covid: i medici di base vanno in pensione

In provincia +20% di collocazioni a riposo prima del limite dei 70 anni. E così si aggrava il quadro delle aree scoperte

Daniele Montanari

Lo scoppio della pandemia a partire dal marzo 2020 ha portato a un tale aumento di pressione sui medici di famiglia da condurre a un picco di pensionamenti prima del raggiungimento del limite massimo di età. Per burnout in sostanza, dottori che potevano ancora esercitare anche per cinque anni hanno deciso di smettere, segnati dal troppo stress. E va da sé che questo non fa che accrescere ulteriormente la penuria di medici di base nella nostra provincia. Dove, come avevamo fotografato nei giorni scorsi, si è raggiunto quest’anno il record di 54 zone carenti, cioè senza un titolare, secondo l’ultima mappatura del bisogno fatta dalla Regione a fine febbraio.


picco di USCITE

«Il quadro degli ultimi pensionamenti è ancora in definizione – sottolinea Dante Cintori, segretario provinciale della Federazione italiana Medicina generale – ma la tendenza ormai è chiara: dopo l’emergenza assistenziale del 2020 ci troviamo con un 20% in più di medici che si congedano prima di raggiungere il limite dei 70 anni. In un quadro provinciale fatto di 480 medici di famiglia in servizio, su una media di 35-40 pensionamenti all’anno si parla di 8-10 professionisti che hanno smesso di esercitare prima del limite naturale. Un fenomeno indicativo purtroppo del burnout a cui sta andando incontro la nostra categoria, in prima linea nella gestione dell’emergenza».

le regole

Attualmente le regole sono queste: un medico di famiglia può andare in pensione o con 36 anni di contributi o al compimento dei 65 anni. Però appunto viene lasciata comunque la possibilità di continuare per altri cinque, se si vuole, fino a raggiungere i 70 anni, età per cui attualmente è fissata la scadenza della convenzione d’esercizio. Si rinuncia dunque anche a un quinquennio di attività, spesso a malincuore ma con uno sguardo realistico sulla realtà a cui il Covid ha messo di fronte: forte carico di lavoro ma anche forte rischio, come dimostra il numero dei medici di base contagiati, in continuo aumento. Il caso del dottor Monduzzi di Serra è solo l’ultimo di una serie iniziata subito dopo lo scoppio della pandemia. «Abbiamo chiesto i dati precisi su quanti di noi si sono ammalati nel fare assistenza – nota Cintori – la percezione è che siano stati tanti nell’arco della provincia, anche con casi molto gravi rimasti a lungo in ricovero in terapia intensiva».

E IL BISOGNO CRESCE

Ma se aumentano quelli che escono, che possibilità ci possono essere per riequilibrare la situazione con nuovi ingressi giovani in un quadro già in pesante affanno?

Le 54 aree carenti di cui parlavamo attraversano trasversalmente tutta la provincia: da Mirandola e Finale fino a Pievepelago. Passando per i grandi centri con dati incredibili: 10 zone scoperte a Modena e altre 8 a Carpi, secondo comune per popolazione. Considerando che un medico di famiglia può avere fino a un massimo di 1.575 assistiti, sulla carta sono 85mila persone senza il riferimento di base. Diciamo pure che nelle zone meno popolate si resta ben sotto il limite, ma anche fermandoci a una media di 1.200 siamo a 65mila persone. Che sono comunque tantissime. Già in tempi normali, figuriamoci adesso con l’emergenza virus e il ruolo di prima interfaccia con i malati a cui sono chiamati i medici di famiglia: chi non ha una figura di riferimento stabile con cui confrontarsi su sintomi e cose da fare, ne sente in questi giorni tutta la mancanza.

Non che ci siano 65mila persone senza medico: l’Ausl comunque garantisce l’assistenza di primo livello a tutti ricorrendo a sostituti e interini, i laureati che devono fare ancora il corso di formazione triennale e che possono assumere l’incarico solo a tempo, sei mesi o più. È chiaro che per quanto bravi e volonterosi siano, non possono costruire con le famiglie quel rapporto di dialogo e conoscenza nel tempo che è fondamentale nella professione, anche ai fini diagnostici.

La Regione da parte sua continua ad aumentare il numero di posti del corso di formazione triennale: una volta erano 80-100, adesso sono diventati 200, più del doppio. Ma 200 nuovi medici tra tre anni, spalmati su tutta l’Emilia Romagna, sono ancora troppo pochi. Ed essendo pochi di fronte a una domanda crescente, inevitabilmente i diplomati potendo scegliere sceglieranno sempre le collocazioni più centrali, lasciando scoperte le periferie, vicine e lontane. —

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