Carpi Va in ospedale e la sua Husky lo va a trovare

CARPI Tremori violenti, convulsioni, febbre. Poi la conferma: il virus si era impadronito di lui.
Lui è il carpigiano Stefano Varroni, deciso a mandare un forte messaggio contro chi afferma che il Covid non esiste. Durante la malattia, così come in altre occasioni, Stefano e la moglie Ersilia hanno potuto contare su una supporter d’eccezione: Runa, una Siberian Husky dagli occhi azzurro cielo che abita con la famiglia Varroni.

«Anni fa sono stato ricoverato in Ortopedia perché il reparto di Nefrologia era pieno – ricorda Varroni – Mia moglie Ersilia è venuta con Runa nel cortile dell’ospedale. Fino a quel giorno non mangiava, era triste. Dopo quella volta ha ripreso a mangiare e, una volta a casa, si è messa a dormire di gusto nel mio letto».


Tornando al Covid, durante il quale Runa è stata al capezzale di Stefano, tutto è iniziato un sabato notte: il 7 novembre per l’esattezza. «Avevo tremori violenti che rasentavano le convulsioni, febbre altissima e brividi – racconta Stefano – La domenica seguente ero a pezzi, nonostante il sonno profondo. Ho cercato di stringere i denti, ma il lunedì ho chiamato la mia dottoressa che mi ha rassicurato. Lo sentivo, però, il virus e avevo capito che si era già impossessato di me».


Il medico di base prenota il tampone a Stefano. «Dopo un giorno mi viene fatto a domicilio – aggiunge – L’infermiere è gentilissimo e preparato. Ci facciamo una risata. Sono alto più di due metri per oltre 100 chili. Una bestia insomma. Sabato tramite il mio fascicolo elettronico arriva il responso. Sono positivo. Sabato stesso chiamo il mio medico di base, mi continua a rassicurare. Lunedì si confronta con la mia nefrologa, viste le mie patologie, meglio che vada in ospedale per controlli di routine. Dopo nemmeno un’ora arriva l’ambulanza.

Ragazzi giovani, bardati, molto gentili e preparatissimi. Salgo sul mezzo da solo. Ho paura. Arrivo al pronto soccorso, in cinque minuti vedo un infermiere per i prelievi. Si scusa perché per l’emogas mi farà male. Io non ho mai avuto molta empatia per gli aghi… Lo guardo al di là della visiera, gli occhi sono stanchi. Sento l’arrivo continuo delle ambulanze. Vedo l’affannarsi del personale medico e paramedico andare ovunque. Confesso, mi sono commosso nel vederli. E ho pure pianto.

Questo è l’inferno Covid e io ci sono dentro. Finiti i prelievi ho fatto i raggi al torace: inizio polmonite. La testa inizia a macinare brutti pensieri. La terapia, la morte... E l’adrenalina sale. Dottori, infermieri e personale paramedico sono stati semplicemente meravigliosi. Sempre in affanno, stanchi, lo si vedeva dai loro movimenti, ma arrivavano ovunque».

Una volta arrivato a casa, Stefano inizia a rilassarsi.

«Tutti i giorni, e dico tutti i giorni, il mio medico di base mi chiama, mi informa, pazientemente – rimarca Varroni - Mi rassicura. Mi sento con la mia nefrologa, ma la paura c'è e tanta anche. A volte è sufficiente un colpo di tosse, o uno starnuto. Mi chiamano le Usca per sapere come sto. Si accertano della respirazione. La sorveglianza telefonica si accerta ogni due giorni delle mie condizioni. I giorni passano. Faccio tutto ciò che devo fare, prendo medicine, mi faccio l’eparina in pancia, ma sono sempre molto stanco, ho il fiato corto. Poi arrivano di punto in bianco attacchi violenti e duraturi di ansia. Chiamo la mia dottoressa e la mia nefrologa. Dopo quattro giorni da solo non ce la faccio a tenerli a bada, ci mettiamo una pezza. Mia moglie una macchina da guerra inarrestabile. Un mastino, non mi molla un attimo, giorno e notte. Non mi è mai piaciuto farmi servire, ma questa volta va così.

Questo virus ti annienta, ti ruba l'anima ti distrugge. Racconto questo per mettere in guardia chi ancora dubita o prende alla leggera questo momento pandemico drammatico – conclude – Ma soprattutto per dire ancora una volta grazie a quelle persone che quotidianamente si prendono cura di chi è in difficoltà. Io non posso dire nulla degli operatori sanitari se non grazie. Ne uscirò, ci vorrà tempo. Voglio essere estremamente chiaro. E se ci fosse qualche persona che mi legge e si diverte a fermare ambulanze urlando a un complotto, mi piacerebbe farle vedere da vicino quell’inferno chiamato Covid.

E nel frattempo colgo l’occasione per ringraziare la mia bravissima nefrologa, dottoressa Simonetta Cimino, oltre a tutto il personale medico e paramedico che mi ha assistito e soccorso e il mio medico di base». —
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