Contenuto riservato agli abbonati

Gli occhi di Modena sull’eruzione dell’Etna

Stefano Corradini e Lorenzo Guerrieri in missione per studiare il vulcano

MODENA. Di notte sotto l’Etna per carpirne i segreti, studiare, testare strumenti e, perché no, emozionarsi anche. Stefano Corradini e Lorenzo Guerrieri sono due ricercatori modenesi. Laureati in Fisica all’Università di Modena, da anni lavorano all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), svolgendo principalmente attività legate al monitoraggio delle nubi vulcaniche da terra e da satellite. Dal 26 marzo al 3 aprile, si sono recati in missione sull’Etna per effettuare una serie di misure sulle emissioni del vulcano.

Che obiettivi ha il progetto che vi ha portato sull’Etna?


Corradini: «L’obiettivo del progetto Vista (Volcanic monItoring using SenTinel sensors by an integrated Approach) è duplice: utilizzare i satelliti di ultima generazione mandati in orbita dall’agenzia spaziale europea (Sentinel1-2-3 e 5p), e sviluppare nuovi sensori da terra, come la telecamera con sensori nell’infrarosso termico che abbiamo testato, per migliorare la capacità di monitorare lo stato di attività dei vulcani».

Perché questi studi proprio a Modena?

Guerrieri: «Io e Stefano ci siamo conosciuti all’università di Modena, durante l’anno di tesi di laurea che entrambi abbiamo svolto con il professor Sergio Pugnaghi dell’Osservatorio Geofisico. È lui che ci ha portato la prima volta a fare misure sull’Etna e che ci ha trasferito la passione per questo lavoro, il telerilevamento applicato al monitoraggio vulcanico. Stefano da diversi anni si è trasferito a Roma, mentre io continuo a lavorare dall’università di Modena».

Che conclusioni avete tratto da queste misure?

Guerrieri: «La missione ha riguardato il test di una nuova telecamera che opera nell’infrarosso, quindi in grado di rilevare la nube vulcanica sia di giorno che di notte, e di fare stime di biossido di zolfo (SO2), un gas rilasciato in grande quantità durante un’eruzione. I risultati preliminari confermano la sensibilità di questo strumento e la possibilità di un ulteriore sviluppo che preveda la sua installazione sull’Etna e la sua operatività assieme agli altri strumenti che l’Ingv ha già installato sul vulcano».

Si potrà arrivare a prevedere i fenomeni vulcanici?

Corradini: «Più che di prevedibilità delle eruzioni si può parlare di precursori. A volte, prima di un evento esplosivo, si assiste ad un aumento di alcuni parametri tra cui il tremore vulcanico (tipico segnale associato alla dinamica dei fluidi che circolano all'interno del sistema di alimentazione di un vulcano) o ad una variazione del flusso dei gas emessi. La variazione del flusso (massa emessa nell'unità di tempo) di SO2, misurato dalla telecamera, è un parametro che può dare importanti indicazioni sullo stato di attività del vulcano».

Lavorate solo con l’Etna o anche altri vulcani?

Corradini: «Ci occupiamo principalmente dell’Etna nell’ambito delle attività istituzionali dell’Ingv che riguardano anche il monitoraggio vulcanico in Italia. In generale, le tecniche sviluppate per il monitoraggio satellitare dei vulcani italiani sono state applicate in tutto il mondo, come nel 2010 per l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull, che ha bloccato i cieli d’Europa per circa 40 giorni consecutivi».

Era la prima volta sull’Etna durante una fase attiva?

Guerrieri: «Siamo stati molte altre volte sull’Etna a fare misure ma mai in una fase così attiva. La fortuna ha voluto che la sera del 31 marzo, verso le 21, una nuova fontana di lava (in gergo tecnico “parossismo”, il diciassettesimo di questa serie) si sia sviluppata dal cratere di sud est. Tale eruzione, durata fino alla mattina successiva, ha reso le misure effettuate ancora più significative perché ci ha permesso di testare lo strumento in condizioni estreme».

Eravate da soli?

Corradini: «No, per tutta la settimana abbiamo svolto misure in collaborazione con diversi altri colleghi dell’Ingv (sia di Roma che di Catania) dotati di altri tipi di strumentazioni tra cui droni utilizzati per il monitoraggio prossimale dell’attività dei crateri e delle colate laviche».

Quanto è emozionante vivere in diretta un fenomeno simile?

Guerrieri: «Il nostro lavoro, che si basa principalmente sull’utilizzo di immagini satellitari, si svolge prevalentemente da remoto. Personalmente (ma sono sicuro di poter parlare anche a nome di Stefano) l’emozione di vedere un’eruzione in diretta, dal vivo, è stata grandissima! Siamo stati fortunati anche perché l’eruzione è avvenuta di notte e indubbiamente di notte i bagliori delle esplosioni sono molto più visibili. L’unica altra volta in cui avevo assistito ad un’eruzione dal vivo era stata diversi anni fa sullo Stromboli, ma qui le dimensioni e l’energia sprigionata dal vulcano erano tutta un’altra cosa. I boati delle esplosioni, che si susseguivano in maniera pressoché continua, erano impressionanti. Ad un certo punto il vento è ruotato e ha fatto sì che la nube vulcanica ci passasse proprio sopra la testa. Poco dopo è iniziata una sorta di grandinata, ma non era ghiaccio quello che cadeva, ma cenere e lapilli. Affinché non si danneggiassero, abbiamo smontato gli strumenti e ci siamo quindi spostati in un’altra zona più riparata».

Curiosità?

Corradini: «Una cosa abbastanza curiosa è che la maggior parte di queste 17 fontane di lava è avvenuta di notte e anche quest’ultima non ha fatto eccezione, così da trascorrere tutta la notte in piedi, ma ne è valsa la pena. Inoltre, per alcuni eventi di febbraio, la nube vulcanica è stata trasportata dal vento verso nord ed è arrivata fino alla pianura padana e anche su Modena. In particolare tramite immagini satellitari la nube di SO2 è stata rilevata sopra il Nord Italia tra il 22 e il 26 febbraio». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA